sabato 14 maggio 2011

Per un diverso approccio all'ascolto musicale - Premessa



E se provassimo a non ascoltare nulla? Il silenzio è l’elemento del nostro mondo rumoroso che apprezziamo meno, e che minacciamo di seppellire brano dopo brano. Il silenzio è l’esperienza musicale più a rischio della nostra epoca. Aumentandolo, potremmo scoprire cosa stiamo cercando di soffocare con tutta questa musica, cosa non abbiamo la forza di sentire.
                                        Nikil Saval


Sono molte le considerazioni che si potrebbero fare su come è cambiato negli ultimi anni l’ascolto della musica nell’esperienza individuale delle persone. Le nuove tecnologie lavorano come un’onda lunga che genera mutamenti sostanziali nelle abitudini di ciascuno di noi, mutamenti che mettono radici salde e profonde nel nostro quotidiano prima ancora che ognuno di noi sia in grado di sviluppare su di esse consapevolezza e comprensione.
La musica, su tutto, è da decenni che ha mutato il suo ruolo sociale in modi assai complessi e stratificati, e che rischia di perdere di senso all’interno delle molteplici esperienze quotidiane. Non è difficile constatare il livello di sordità generalizzato che la musica onnipresente nelle nostre orecchie sta generando. La nostra mente, abituata a essere costantemente sollecitata sul piano acustico da radio, ipod, televisioni, autoradio, … si sta abituando a non ascoltare più, a catalogare la musica come rumore di fondo, a svolgere una funzione di costante stimolazione (eccitazione, direbbe Krishnamurti) tale da soffocare il silenzio e, di conseguenza, un autentico ascolto di sé.
La musica è misteriosa quanto il soffio vitale, è delicata quanto impetuosa. L’uomo postmoderno sta perdendo quasi totalmente l’attenzione a un rapporto concreto e spirituale dell’esperienza del suono. L’uso generalizzato delle cuffie, in tutte le condizioni di vita (e di traffico) sta ampliando sempre più la sola esperienza auditiva isolandola dal resto della percezione acustica corporea, che è quella ricca e benefica della vibrazione. Specularmente, la musica come rumore di fondo ci costringe a vivere passivamente l’esperienza acustica senza comprendere come essa influisce sul nostro umore, sulle nostre tensioni, sui nostri comportamenti.

Il suono è relazione, è movimento, è creatività. Quando però la musica perde la sua funzione espressiva per ridursi a strumento improprio (veicolo pubblicitario o di marketing, eccitante fisico nelle palestre, elemento decorativo ambientale nei locali, compagno onnipresente nelle nostre giornate, …) può diventare concausa di un isolamento (auto)imposto che si innesta nelle già stratificate nevrosi quotidiane. Quel che è peggio, è che un tale isolamento sonoro può condurre a una totale analfabetizzazione musicale, a una passività dell’ascolto che è vicina all’apatia e che si traduce in omologazione di massa e anomia.

Per queste ragioni, ritengo sia fondamentale sviluppare una nuova educazione all’ascolto della musica, che trovi origine e sia punto di partenza per un rinnovato ascolto di sé, delle nostre abitudini automatizzate, dei nostri bisogni, e della funzione inconsapevole che svolge la musica per rispondere a quesi bisogni e per soffocare la nostra percezione di sé.
Nei prossimi giorni, pubblicherò brevi ma utili proposte per praticare in questa direzione. Sarebbe bello che ognuno trovasse il proprio modo e, se ne avesse voglia, lo condividesse con me scrivendomi le sue idee.

3 commenti:

Gianluigi Filippelli ha detto...

Spesso mi trovo a pensare un po' le stesse cose quando esce il nuovo disco di un gruppo o di un artista che mi piace e poi trovo in rete critiche di vecchi fan perché non riescono a sopportare i cambiamenti musicali introdotti, che ritengono radicali.
Eppure, ad un ascolto attento, si nota che lo stile musicale, in effetti, non si è modificato per nulla, o come nel caso dei Muse la direzione è rendere più commerciali i pezzi commerciali e più sofisticati quelli sofisticati (personalmente penso che "Resistance" valga anche solo per l'Overture finale!).
A questo però c'è anche un ascolto legato a come la musica influenza il nostro cervello: in questo senso posso dire che la lettura di "Fatti di musica" di Daniel Levitin mi ha letteralmente cambiato il modo di percepire la musica, qualunque musica, dalla classica, al jazz, al blues, al metal e anche al pop!
Se già prima cercavo di essere un attento ascoltatore, ora mi viene quasi automatico (tranne, magari, quando sono molto stanco: allora diventa veramente un semplice sottofondo).
E ottima l'idea della serie di post!

Guglielmo Nigro ha detto...

ciao gianluigi. non conosco il libro che citi, ma lo cercherò.

per il resto, se ti vengono in mente idee, proponi pure!
grazie.
g.

Gianluigi Filippelli ha detto...

Per esempio il libro di cui sopra mi ha lasciato l'abitudine di provare a seguire gli strumenti separatamente, o anche a cercare di capire quale sia lo strumento che sta tenendo il ritmo, perché non necessariamente sono le percussioni a farlo.

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