Visualizzazione post con etichetta comunicazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta comunicazione. Mostra tutti i post

lunedì 22 maggio 2017

Nuovo sito - Musicoterapia e Alzheimer



Dopo quasi dieci anni di lavoro nell'ambito dell'Alzheimer e delle demenze, le riflessioni, gli spunti, gli approfondimenti, le foto sono aumentati così tanto da diventare un corpus importante che merita un suo spazio particolare. Anche perché nel corso dei prossimi mesi saranno molte le opportunità di parlare di Musicoterapia e Alzheimer. Per esempio, sono al lavoro su un manuale importante sulla metodologia nella cura dell'Alzheimer, qualcosa che credo che non sia mai stato fatto prima in Italia in questo modo e sarà bello raccontare il work in progress passo dopo passo.
Allo stesso modo, poiché non lavoro solo nell'ambito dell'Alzheimer ma anche in molti altri, dalla terapia con adulti, all'educazione in varie forme, su Musica e Vita potrò dare più respiro e spazio ad altri interventi su questi temi, per me ugualmente importanti.

Quindi, potrai continuare a seguire i miei approfondimenti su diverse attività con la musicoterapia nell'ambito della cura, del benessere e dell'educazione su questo sito.

Se vorrai invece approfondire il tema della Musicoterapia in ambito Alzheimer e Demenza senile, potrai andare sul nuovo sito Musicoterapia e Alzheimer.

Buona lettura!

lunedì 5 ottobre 2015

Formazione psicosociale in azienda - Musica e Creatività



Sono ormai quindici anni che mi occupo di formazione, sviluppo e gestione del personale all'interno delle organizzazioni. Conosco buona parte delle dinamiche, delle difficoltà e degli obiettivi maggiormente presenti. Motivato dall'idea di integrare sempre di più i diversi ambiti di esperienza fatti fin qui, sto sviluppando un metodo di intervento psicosociale che permetta di mettere insieme tecniche di musicoterapia attiva, creatività e consapevolezza. 
Credo che nell'insieme la mia ricerca al momento giri intorno a una domanda: come veicolare efficacemente il concetto che "nessuno è indispensabile, ma ognuno può fare la differenza"
Mi sembra che un buon punto di partenza sia aiutare le persone a ritrovare il senso di quello che stanno facendo giornalmente nel loro lavoro, qualunque sia il ruolo che occupano. 
Da qui l'idea di sviluppare approcci creativi per osservare le proprie motivazioni, il proprio ruolo, i propri obiettivi aziendali da punti di vista inediti. 
Un buon esempio è osservare le componenti della comunicazione, sia formale che informale, facendo esperienze attive di dialogo sonoro, attraverso l'improvvisazione musicale. 
Intanto, è possibile osservare i gruppi di lavoro come orchestre sonore impegnate nell'esecuzione e, spesso, nella creazione di una sinfonia? 
Essendo le competenze musicali elementi genetici di ogni forma di comunicazione umana, è possibile leggere attraverso semplici giochi di improvvisazione musicale, i propri stili relazionali, le proprie convinzioni e aspettative sulle interazioni con colleghi e collaboratori? 
La mia pratica mi convince sempre più che si tratta di un approccio utile e coinvolgente, dove tra l'altro gli adulti possono ri-connettersi con la gioia e il piacere dell'avventura dell'apprendimento. 
Infine, questa metodologia è molto utile per aiutare le persone a ritornare al qui-e-ora, l'unico momento in cui realmente accadono le esperienze, liberandosi così di molti vincoli derivanti da sofferenze del passato e preoccupazioni per il futuro. 

sabato 27 aprile 2013

Comunicazione non verbale

Osservazione nella vita quotidiana.
Mio figlio Cecio e l'amico Sandro in un serrato dialogo non verbale.






venerdì 21 dicembre 2012

Uno sguardo

A corollario del precedente articolo, un minuto di improvvisazione collettiva all'interno di un gruppo classe. Uno sguardo sull'energia, la partecipazione, la creatività, la convergenza, la condensazione, la confusione apparente, la magia dell'incontro...


Educazione scolastica - Uscire dal meccanismo premio/punizioni




Musicoterapia a scuola
Collaboro da alcuni anni con alcune scuole primarie della provincia di Milano e della Brianza per le quali realizzo cicli di incontri di introduzione alla musica. Si tratta di laboratori che hanno lo scopo principale di dare ai bambini l’opportunità di fare esperienze dirette con il suono, nella dimensione del gruppo classe, esperienze emotivamente significative.  A titolo di premessa credo sia utile ricordare che, in ambito musicoterapeutico, da un punto di vista teorico, le relazioni primarie dei bambini si sviluppano a partire da strutture e modalità tipicamente musicali, e che l’apprendimento della comunicazione vocale nasce in primo luogo nelle comunicazioni non verbali, paraverbali e pre-verbali all’interno delle relazioni di cura primarie (famiglia, scuola) che incontrano i bambini. La musica, inoltre, è gioco, scoperta (di sé e dell’altro), movimento, apprendimento, relazione e vitalità. Le proposte di musicoterapia durante l’infanzia favoriscono la possibilità di sviluppare competenze e capacità che vanno oltre il suono. Nel momento in cui i bambini, all’interno del gruppo, si impegnano a realizzare semplici dialoghi sonori con le percussioni e la voce, imparano a riconoscere l’altro, a comprendere il valore del contributo di ognuno, a rispettare regole e contesti specifici e condivisi e a incontrare i suoni e la musica al di là di quello che ascoltano abitualmente.
In caso di limiti nell’espressività verbale (per ragioni organiche o emotive), le vibrazioni dei suoni, in “relazioni musicali” strutturate, possono stimolare l’emissione vocale, poiché lavorano su competenze innate nei bambini che si sono “nutriti” di suoni (di vibrazioni) già nel mondo intrauterino, prima della nascita. Inoltre, a difficoltà di comunicazione verbale sono spesso associati disturbi emotivo-relazionali propri dei bambini e del loro contesto familiare. Esperienze di gioco sonoro attraverso strumenti musicali (anche semplici, costruiti “in casa”), piccoli rituali vocali, ecc. possono stimolare un nuovo e più efficace modo di comunicare, coinvolgente sul piano emotivo e sorprendente sul piano relazionale.  

Educare alla consapevolezza
Ciò detto, ritengo utile chiarire un punto che, nella mia esperienza educativa (di padre e di musicoterapeuta), sta diventando sempre più centrale e urgente: i bambini hanno bisogno di essere nutriti da un approccio educativo diverso, che valorizzi la loro nascente capacità di autoregolazione, riducendo il più possibile l’impostazione basata sul meccanismo del premio/punizione.
Nei laboratori, quindi, dedico sempre molto tempo e attenzione alla verifica della capacità da parte dei bambini di interiorizzare realmente regole e comportamenti adeguati al contesto, attraverso un processo di comprensione e condivisione, piuttosto che sostenere un superficiale adeguamento a un modello di comportamento imposto e non integrato. Per chi come me si accosta al mondo dell’infanzia con delicatezza e grande curiosità, è piuttosto spaventoso scoprire quanta fame di libertà e di accettazione incondizionata sia presente già in bambini di 6 o 7 anni. Inibizione, paura, frustrazione e senso di inadeguatezza sono sentimenti già sviluppati e condizionanti. In età in cui il bambino si approccia al mondo secondo strategie e capacità per lo più emotive, l’educatore spesso impone una relazione basata soprattutto sulla componente cognitiva e sulla violenza dell’imposizione di modelli di comportamento precostituiti.
I numerosi risultati immediati che la modalità premio/punizioni porta, induce molti educatori e insegnanti professionisti a non verificare o riconoscere le ricadute negative sul piano emotive e relazionale nel medio termine: stress emotivo, senso di inadeguatezza, finzione, competizione, incomprensione, cortocircuito evolutivo. Un segnale della difficoltà degli educatori di includere nella propria coscienza la possibilità di un approccio diverso dal premio/punizioni emerge quando questi confondono tale possibilità con la totale assenza di regole o condizioni che permettono la vita sociale nel gruppo classe. Al contrario, la condivisione di tali regole e condizioni è un passaggio cruciale per un approccio diverso al rapporto educativo, ma richiede più tempo, più creatività e nuove strategie che vedano le difficoltà e le insofferenze dei bambini non come ostacoli o “nemici”, quanto come opportunità e sfide per una diversa integrazione.
 E invece accade che la scuola, da grande risorsa sociale e culturale, si trasforma nel luogo di maggiore accumulo di tensioni e preoccupazione emotiva dei bambini, spesso amplificato dalle proiezioni genitoriali.
I laboratori di musica, nella diversa prospettiva che mi prefiggo, sono invece luoghi dell’immaginazione e del fare (sperimentare, esperire, conoscere, imparare, ecc.) dove ci si mette in gioco attraverso un diverso rapporto con sé stessi, con le regole e le condizioni che permettono la realizzazione di un’attività nella dimensione del gruppo classe, con la propria espressività e l’autenticità della propria voce.
I comportamenti normalmente considerati di disturbo non sono soffocati sul nascere attraverso la minaccia o il ricatto. Sono fatti emergere e osservati, nelle loro implicazioni e fatiche. In alcuni casi, quegli stessi comportamenti diventano musica, stimolo per improvvisazioni collettive o esperienze sonore improvvise e impreviste. Il gruppo classe che vede più volte o costantemente interrotto il lavoro per effetto di comportamenti inadeguati al contesto da parte di alcuni membri, è stimolato a osservare e comprendere. I bambini tutti sono responsabilizzati e orientati alla comprensione. Senza violenza, imposizioni o minacce, ma con coerenza, determinazione e chiarezza. Sul piano della relazione, allo specialista viene richiesta una grande flessibilità che deriva in parte dall’esperienza e in parte dalla consapevolezza delle proprie emozioni, delle proprie aspettative. Si passa spesso dal rapporto uno a gruppo al rapporto uno a uno, a seconda delle finalità, sapendo di poter contare nel tempo sullo sviluppo delle capacità autentiche di ascolto dei bambini e sul senso di responsabilità crescente. Un grande aiuto deriva dal piacere del suono (che nasconde d’altra parte un serio impegno e una grande concentrazione). Fare musica è fonte di grande gioia. Ma il caos sonoro derivante dall’incapacità di ascoltare o di rispettare gli altri provoca grande insofferenza e nervosismo negli stessi bambini.
Il laboratorio musicale diventa quindi un luogo di accoglienza, di condivisione autentica, di silenzi e attese, pur nella consapevolezza che, nella prospettiva del conduttore, il non fare equivale al fare, sul piano esperienziale.

L’alleanza con gli insegnanti
L’efficacia di una simile proposta deve necessariamente passare da una chiara condivisione con gli insegnanti. Tale aspetto non è banale né facile. L’esperienza mi conferma che purtroppo il modello premio/punizioni è ancora il più diffuso nella scuola primaria. In questa prospettiva, il laboratorio musicale che tanto piace ai bambini rischia di diventare esso stesso uno strumento di ricatto in mano agli insegnanti. Nel corso dei primi laboratori che ho realizzato, ho avuto più volte la brutta sorpresa di scoprire che i bambini più “cattivi” erano anche quelli che più spesso “saltavano” gli incontri di musica per rimanere in classe a “studiare”. Non è superfluo ricordare in un passaggio che questi laboratori espressivi, secondo un modello educativo basato sulla consapevolezza e l’accoglienza, sono una risorsa importantissima proprio per i bambini che più hanno difficoltà di integrazione scolastica.
Oggi, in fase di preparazione del laboratorio, esplicito quindi il modello di riferimento e definisco con gli insegnanti quali modalità ritengo non essere adeguate a tale impostazione. Concordo anche l’opportunità che gli insegnanti siano presenti durante il laboratorio, in alcuni casi anche attraverso una partecipazione attiva. Definisco tuttavia in modo deciso che la conduzione dell’incontro, sul piano degli interventi di richiamo e della gestione dell’ordine, spetta esclusivamente al sottoscritto, alfine di evitare interruzioni non funzionali al lavoro in corso, secondo la diversa prospettiva. Per gli insegnanti si tratta di una sfida nella sfida che, sorridendo, definisco come un’opportunità per tutti loro di “riposare” e, soprattutto, di osservare i bambini e le dinamiche del gruppo classe da una prospettiva differente. La speranza, in definitiva, è che gli insegnanti stessi, posti di fronte alla ricchezza di tale approccio, possano a loro volta far propri alcuni presupposti di questa modalità di gestione delle attività di classe, pur nelle diverse prospettive e obiettivi che le loro attività presentano. Sono fortemente convinto che gli insegnanti stessi siano stanchi ed esasperati da un approccio educativo violento, sterile e che costruisce relazioni non autentiche e salutari. È su questo piano che può avvenire quindi la convergenza tra il bisogno dei bambini e il bisogno degli educatori e insegnanti.

Per approfondimenti
Consiglio due testi utili ad approfondire la tematica:
Educare alla vita, di Krishnamurti, ed. Mondadori
Semi di felicità, di Thich Nhat Hanh, ed. Terra Nuova editore

Segnalo anche una serie di spunti sul tema presenti nel mio blog personale:
La scuola degli animali, da Osho, I libri del fiore d’oro (ed. Bompiani)
Il potere disciplinare e la scuola, da Michel Foucault, Il potere psichiatrico (ed. Feltrinelli)
Educare alla vita, da Krishnamurti, Educare alla vita (ed. Mondadori)

mercoledì 16 febbraio 2011

Dialogo sonoro con ipoacusici


Understand how harmony and vibration work, and suddenly you will look at your life like one big music class.


Concludo un percorso di formazione con un gruppo di persone ipoacusiche. Il ciclo di quattro incontri si è proposto di riflettere sulla comunicazione e le relazioni all’interno dei contesti organizzativi, utilizzando la metafora del dialogo sonoro con le percussioni. I tamburi, in particolare, con le loro vibrazioni profonde, concrete, sono stati gli strumenti privilegiati di un lavoro per me inedito, una bellissima occasione per imparare alcune cose molto chiare sul suono, sull’ascolto, sull’incontro, sul linguaggio.
Ho potuto comunicare con loro, oltre che con la musica, grazie a un’interprete molto brava e sensibile. La Lis (Lingua dei Segni) è un mondo affascinante e misterioso per me. L’attenzione e l’impegno con cui l’interprete rappresentava il mio linguaggio verbale era in sé un’esperienza sorprendete. E feconda.
Il progetto, realizzato con la Fondazione Adecco per le pari opportunità e con l'ENS Milano, prevede, accanto al mio intervento con il dialogo sonoro, un approfondimento sull’orientamento al lavoro, simulazioni di colloqui e un tirocinio personalizzato in azienda. Si completerà in questi mesi, e nella speranza che possa essere una reale opportunità lavorativa per i partecipanti, al termine del mio ciclo di interventi, condivido nel blog alcune annotazioni.

Le vibrazioni sonore
I sordi hanno un rapporto col suono molto speciale. È un ovvio paradosso. Per loro, l’ascolto si sviluppa con modalità del tutto particolari. Non avendo possibilità di sviluppare il tradizionale ascolto con l’udito, sviluppano una sensibilità molto chiara verso la vibrazione sonora. Vibrazione che è, lo ricordo, sia un procedimento meccanico che energetico (in fisica le due cose vanno sempre insieme). La vibrazione sonora è relazione, si muove nello spazio e crea collegamenti tra corpi distanti tra loro. La convibrazione avvicina quel che è lontano, unisce quel che è simile ma diverso (corpi diversi che vibrano alla stessa lunghezza d’onda). Per gli ipoacusici, questa esperienza è naturale. È più difficile rappresentare e far comprendere profondamente questa realtà alle persone udenti, che sono abituate a vivere l’esperienza del suono soprattutto attraverso l’udito e poco attente a percepire i segnali nel corpo. I tamburi, con le loro vibrazioni profonde e radicanti, permettono di sintonizzare velocemente il gruppo di sordi a un livello di attivazione molto alto, gioioso, condiviso. È sorprendente vedere la gioia che si trasferisce da persona a persona durante un’improvvisazione collettiva (e ci torno sotto).
Una curiosità. Un loro commento mi ha permesso di riflettere sulla qualità del suono percepibile attraverso la vibrazione. Mi è stato detto infatti che le vibrazioni prodotte dal mio suonare più esperto e preciso rispetto al loro (intuitivo, esplorativo, meno raffinato) risultano più chiare e definite. Un aspetto qualitativo delle vibrazioni che tendiamo a sottovalutare.

La comunicazione non verbale
I sordi ascoltano anche con la vista. Per riuscire a suonare allo stesso ritmo un tamburo, due persone ipoacusiche devono osservare le mani, il ritmo del movimento del colpo sulla pelle. La vibrazione è meno definita e precisa nelle caratteristiche ritmiche rispetto al suono percepito con l’udito. L’osservazione visiva permette loro quindi di recuperare importantissime informazioni.
Nella vita quotidiana, lo sappiamo, ascoltano leggendo il labiale, e intuitivamente attribuiscono più importanza alla mimica e alla postura. Tale atteggiamento è evidente soprattutto se ci si ritrova a parlare con persone udenti che lavorano quotidianamente con i sordi. La loro gestualità e la loro mimica nella normale comunicazione è amplificata, ricca. Nulla a che vedere con i famosi (o famigerati) eccessi mimici degli italiani. C’è un che di poetico, teatrale e vivissimo in quell’enfasi delicata. L’intervento formativo con la musicoterapia si connota in questo caso, ancor più che in altri, come un intervento sincretico e sinestetico.

Incontrare l’altro
Su un tema mi sono soffermato più volte durante il laboratorio. Nell’incontro con l’altro, persona udente, le difficoltà di comunicazione sono equamente ripartite. Come sempre, cioè, il confronto con l’handicap, o con i limiti di una persona, si incrociano vicendevolmente. Mi spiego. Nella quotidianità, è certo che il sordo vive la difficoltà di non poter ascoltare le parole che un udente utilizza per comunicare. C’è quindi un’importante frustrazione derivante da un limite, una mancanza oggettiva che riduce la gamma delle possibilità espressive naturali. D’altra parte, i sordi negli anni hanno appreso e sviluppato tecniche e strategie per superare tale limite. È questa una delle proprietà più belle e ricche di ogni limite, ovvero il suo porsi come stimolo per un superamento, per una crescita. Un’opportunità. Le persone ipoacusiche quindi cercano (e spesso trovano) un nuovo equilibrio comunicativo e relazionale, costruito con l’esperienza, la pratica e la creatività, dove un mix di elementi converge per trasformare il limite in risorsa: la LIS, il non verbale, le vibrazioni, la scrittura, ecc.
Quel che manca al sordo, spesso, è la consapevolezza della difficoltà che il loro limite pone alle persone udenti che incontrano il loro cammino. L’ho vissuto e sperimentato in prima persona durante questi incontri. Tra loro, i partecipanti comunicavano senza problemi mentre io ero escluso, analfabeta e inadeguato. Paradossalmente, il sordo è preparato ad affrontare una situazione che coglie la persona udente del tutto di sorpresa, scoprendosi, quest’ultima, in imbarazzo e impreparata. È un punto essenziale, per il sordo che deve entrare in una qualunque organizzazione, ricordarsi che dovrà lui per primo impegnarsi per aiutare gli altri a superare la loro comune difficoltà comunicativa. Per far questo, il primo passo è lasciar cadere il tipico atteggiamento vittimistico dell’incompreso, così comune (spesso a ragione, non dimentichiamolo, ma raramente utile) tra gli ipoacusici. Sono sordo ma normodotato. Gli altri non mi accettano per il reale potenziale che ho. Eccetera. Possiamo cogliere qui un grande spunto sulla responsabilità personale, sull’apertura all’altro e all’ignoto. Una lezione che la pratica con il dialogo sonoro permette di mettere in atto molto chiaramente, offrendo un valido contributo alla comprensione. L’improvvisazione con strumenti non familiari come i tamburi, in situazioni non familiari, cercando di esprimere sensazioni e contenuti non familiari, … è un’occasione efficace per ripercorrere insieme un pezzo della strada che le persone ipoacusiche, nell’affrontare il loro limite, hanno fatto negli anni. L’ignoto del dialogo sonoro si pone come metafora dell’ignoto che i sordi hanno dovuto affrontare nel trovare un linguaggio inedito (inaudito!) per comunicare con gli altri. Ancora una volta, si presenta quindi l’opportunità di sviluppare una nuova consapevolezza di sé e del proprio percorso di vita.

Il suono è partecipazione e gioia
L’ultima annotazione riguarda la partecipazione e il coinvolgimento. Ammetto che il senso comune e la non conoscenza delle molteplici possibilità del suono e della musicoterapia possano far sorgere notevoli dubbi in merito alle potenzialità di un lavoro con persone ipoacusiche sulla comunicazione attraverso l’uso dell’improvvisazione musicale. D’altra parte, è noto che il suono e l’esperienza delle vibrazioni sonore sono parte integrante di molti approcci educativi e di sviluppo del linguaggio (e delle capacità relazionali) per i sordi, in particolare in età evolutiva. Impossibile non citare in questa sede lo straordinario lavoro di Trovesi Cremaschi con l’uso del pianoforte coi bambini sordi.
Il laboratorio appena concluso mi è arrivato come una confortante conferma, sia in merito alla ricchezza espressiva dei sordi, sia sulla forza del suono come esperienza viva dell’essere umano. Suonare i tamburi in improvvisazioni collettive (dodici persone in tutto), in sottogruppi, in dialoghi a due, ecc. genera immediatamente partecipazione e gioia. Sono emozioni che hanno a che fare con il gioco, certo, con la creatività, ma che trovano radice in quella che è l’esperienza primaria del corpo (e della mente) a contatto con le vibrazioni sonore. Dove c’è vita c’è suono, c’è vibrazione. Nella vita intrauterina, prima ancora che si sviluppi l’organo dell’udito, il feto è già immerso nelle vibrazioni sonore (del battito cardiaco, della respirazione, dei movimenti intestinali, della voce della madre) e c’è già l’esperienza dell’appartenenza a una relazione con l’altro veicolata dalla vibrazione. Nella fusione pre-natale, quindi, la vibrazione è già parte strutturante ed essenziale. Il massaggio sonoro in gravidanza si appoggia proprio su questo potenziale per sviluppare la sua efficacia, che è sia emozionale, che profondamente corporea.
Il sordo si comporta, in questo rapporto con la vibrazione sonora, in modo del tutto umano, con in più il vantaggio di sviluppare un’attenzione selettiva e una conoscenza diretta del suono-vibrazione che è molto più profonda che nelle persone udenti.
Quella specifica, unica energia che è il suono (e la musica, nella sua evoluzione organizzata e strutturata), così nota e ancora misteriosa, rappresenta anche per i sordi motivo di grande gioia e vitalità. Mantiene tutto il suo potenziale comunicativo, espressivo, ludico, tonico, vitale, …
Di seguito alcune foto, con un sentito grazie ai partecipanti.








Tutti i testi di questo blog sono (c) di Guglielmo Nigro, salvo dove diversamente indicato. Puoi diffonderli a tuo piacere ma ti chiedo di indicare sempre la fonte e/o l'autore.