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martedì 1 maggio 2012
Bija mantra e reiki
Lavoro da tempo con i bija mantra (per un approfondimento teorico, puoi andare su wikipedia), sia come pratica personale, che come sostegno al percorso di trasformazione di altre persone.
I mantra “radice” hanno una tradizione antichissima. Ogni suono è associato a un chakra fondamentale, e ne favorisce il riequilibrio energetico.
Il canto dei bija mantra, nella sua semplicità, permette di sviluppare concentrazione, di rimettere in movimento l’energia e la coscienza ad essa associata, di rigenerare il corpo nel piano fisico, armonizzando il respiro, e di curare i dolori associati ai diversi blocchi energetici e alle somatizzazioni.
Nella mia pratica di terapia olistica, insegno alle persone un modo intuitivo e semplice per cantarli e trasferirli nella propria quotidianità, attraverso un semplice rituale che ha più a che fare con la regolarità del ritmo e la cura del suono della voce (e del respiro associato) piuttosto che all’aspetto spirituale. Ritengo infatti che sia poco utile caricare queste esperienze di eccessivi significati mistici, perché possono creare false aspettative, un approccio dogmatico e lontano dalla reale esperienza, e perché l’aspetto spirituale è un fatto troppo personale e sensibile per poter essere generalizzato. Sarà quindi la pratica quotidiana del canto a permettere alle persone, con il proprio passo, di scoprire anche altri significati e altre aperture.
Nei percorsi di cura e trasformazione individuali, utilizzo inoltre i bija mantra associandoli al reiki secondo il metodo tradizionale Usui. Il reiki è una disciplina tanto misteriosa quanto semplice ed efficace. La sua pratica è per me un’occasione quotidiana di scoperta. Ed è con la stessa curiosità e apertura che propongo sedute di riequilibrio energetico durante le quali le persone sono tranquillamente distese, in ascolto, mentre ricevono il reiki nei diversi chakra insieme al canto del corrispondente bija mantra. Lo stato di benessere finale è assicurato, così come l’opportunità di scoprire qualcosa di nuovo di sé.
In effetti, reiki e bija mantra sono anche un ottimo strumento di comprensione dello stato emotivo e psico-somatico della persona, in quanto permettono un’esplorazione chiara, semplice e completa delle caratteristiche individuali di ognuno.
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terapia individuale
venerdì 24 febbraio 2012
Gli haiku nella terapia olistica (4)
Prosegue l'analisi sull'utilizzo degli haiku nella terapia olistica.
Capitoli precedenti:
Prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.
Il tempo degli haiku
Non so dire, sulla base dell'esperienza personale, per quanto tempo le persone possano praticare la scrittura degli haiku. Si tratta ovviamente di uno spazio di scelta personalissima, che può essere anch'essa guidata dalla propria intuizione. Il terapeuta, a mio avviso, deve comprendere se alla base di una possibile interruzione vi siano meccanismi proiettivi della propria mente, tali da rendere impossibile il gioco della creatività verbale. Oppure l'impossibilità di tale pratica di rompere la ripetizione meccanica della quotidianità, quella frammentata e inconsapevole reiterazione di abitudini e azioni prive di soluzione di continuità. In fondo, come detto, l'haiku può essere un buon pretesto, un buon gioco per costringersi a fermarsi, ad aprire nuovi spazio di ascolto e osservazione profonda, a patto che non diventi esso stesso un lavoro.
Il terapeuta deve però anche capire se la pratica degli haiku è compatibile con la vocazione di ogni singola persona, per evitare di dare un esercizio che, a posteriori, potrebbe apparire solo come il risultato di un'imposizione esterna. Come sempre, è importante saper suggerire senza imporre.
In generale, comunque, credo che gli haiku possano essere un buon esercizio per chi ha un forte sbilanciamento del quinto chakra (vishudda). In caso di eccesso energetico (persone che parlano tanto, spesso in modo superficiale, possedute dal bisogno di riempire costantemente un vuoto), la sintesi prevista dall'haiku e il ribaltamento richiesto nel rapporto mente/parola, cioè nel processo di verbalizzazione, può favorire un diverso fluire energetico in vishudda, e una sua riarmonizzazione, oltre che un nuovo rapporto con l'ascolto, inteso in senso lato. Al contrario, nel caso in cui vishudda sia particolarmente bloccato (persone che hanno paura a comunicare, che mentono spesso, che non esprimono liberamente i propri bisogni), la pratica degli haiku può essere un buon ponte per rimettere in movimento parole, comunicazione ed espressività. L'haiku, così pensato, è relazione con sé, con gli altri, con il mondo esteriore e interiore.
Da questo punto di vista, l'esperienza con le brevi composizioni di origine giapponese è sinergica e coerente con il lavoro sul canto e, più in generale, con la musica e la creatività espressiva.
Rivedersi attraverso i propri haiku
Nel tempo, gli haiku diventano tracce lasciate sul proprio cammino. Offrono una prospettiva, l'idea di un movimento. In essi è possibile riconoscersi a distanza di mesi o anni, o perfino accorgersi di non riconoscersi più. Sappiamo che questa è una caratteristica di ogni forma di scrittura personale. Tuttavia, gli haiku, per le loro caratteristiche (brevità, naturalismo, alterità, ecc.) possono essere ancora più efficaci, dal momento che la loro forza evocativa è persistente, e muta come cambiano le persone nel tempo. Se nel presente, quindi, la rilettura di queste composizioni permette di osservare quello che sta succedendo, a distanza di tempo, permette di osservare il cambiamento e, perché no, il ritmo e il suono di tale cambiamento. Di recuperare un passo, che è simbolo, vibrazione, gesto, ascolto e che ha ancora senso nel momento presente. Ed è il frutto di un nuovo rapporto, più creativo e libero con la realtà di tutti i giorni. Al punto di poter arrivare a (ri)scoprire la propria voce, prima addormentata, nella bellezza dell'intuizione poetica.
(continua)
Capitoli precedenti:
Prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.
夜に問いかければ
星で
わたしに答えてくる
Il tempo degli haiku
Non so dire, sulla base dell'esperienza personale, per quanto tempo le persone possano praticare la scrittura degli haiku. Si tratta ovviamente di uno spazio di scelta personalissima, che può essere anch'essa guidata dalla propria intuizione. Il terapeuta, a mio avviso, deve comprendere se alla base di una possibile interruzione vi siano meccanismi proiettivi della propria mente, tali da rendere impossibile il gioco della creatività verbale. Oppure l'impossibilità di tale pratica di rompere la ripetizione meccanica della quotidianità, quella frammentata e inconsapevole reiterazione di abitudini e azioni prive di soluzione di continuità. In fondo, come detto, l'haiku può essere un buon pretesto, un buon gioco per costringersi a fermarsi, ad aprire nuovi spazio di ascolto e osservazione profonda, a patto che non diventi esso stesso un lavoro.
Il terapeuta deve però anche capire se la pratica degli haiku è compatibile con la vocazione di ogni singola persona, per evitare di dare un esercizio che, a posteriori, potrebbe apparire solo come il risultato di un'imposizione esterna. Come sempre, è importante saper suggerire senza imporre.
In generale, comunque, credo che gli haiku possano essere un buon esercizio per chi ha un forte sbilanciamento del quinto chakra (vishudda). In caso di eccesso energetico (persone che parlano tanto, spesso in modo superficiale, possedute dal bisogno di riempire costantemente un vuoto), la sintesi prevista dall'haiku e il ribaltamento richiesto nel rapporto mente/parola, cioè nel processo di verbalizzazione, può favorire un diverso fluire energetico in vishudda, e una sua riarmonizzazione, oltre che un nuovo rapporto con l'ascolto, inteso in senso lato. Al contrario, nel caso in cui vishudda sia particolarmente bloccato (persone che hanno paura a comunicare, che mentono spesso, che non esprimono liberamente i propri bisogni), la pratica degli haiku può essere un buon ponte per rimettere in movimento parole, comunicazione ed espressività. L'haiku, così pensato, è relazione con sé, con gli altri, con il mondo esteriore e interiore.
Da questo punto di vista, l'esperienza con le brevi composizioni di origine giapponese è sinergica e coerente con il lavoro sul canto e, più in generale, con la musica e la creatività espressiva.
Rivedersi attraverso i propri haiku
Nel tempo, gli haiku diventano tracce lasciate sul proprio cammino. Offrono una prospettiva, l'idea di un movimento. In essi è possibile riconoscersi a distanza di mesi o anni, o perfino accorgersi di non riconoscersi più. Sappiamo che questa è una caratteristica di ogni forma di scrittura personale. Tuttavia, gli haiku, per le loro caratteristiche (brevità, naturalismo, alterità, ecc.) possono essere ancora più efficaci, dal momento che la loro forza evocativa è persistente, e muta come cambiano le persone nel tempo. Se nel presente, quindi, la rilettura di queste composizioni permette di osservare quello che sta succedendo, a distanza di tempo, permette di osservare il cambiamento e, perché no, il ritmo e il suono di tale cambiamento. Di recuperare un passo, che è simbolo, vibrazione, gesto, ascolto e che ha ancora senso nel momento presente. Ed è il frutto di un nuovo rapporto, più creativo e libero con la realtà di tutti i giorni. Al punto di poter arrivare a (ri)scoprire la propria voce, prima addormentata, nella bellezza dell'intuizione poetica.
(continua)
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mercoledì 22 febbraio 2012
Gli haiku nella terapia olistica (3)
Prosegue l'analisi sull'utilizzo degli haiku nella terapia olistica.
Capitoli precedenti:
Prima parte.
Seconda parte.
Premessa
Aprivo il primo articolo sulla pratica degli haiku nella terapia olistica con tre domande, che riprendo:
C'è spazio nella nostra quotidianità per la poesia?
Che rapporto esiste in noi tra realtà pratica e intuizione?
Quando permettiamo alla nostra creatività di manifestarsi?
In un percorso di cura olistica, con il suono, con la parola, con la meditazione, ... l'intuizione e la visione profonda devono essere nutriti e sostenuti, spesso in vece della razionalità, dell'intelletto. In estrema sintesi, una terapia transpersonale ha l'obiettivo di tornare all'unità, risolvere la frammentazione che nella crescita è avvenuta tra corpo, mente e parola. È il compito che dovrebbe affrontare ognuno nella propria vita, e che in specifiche fasi richiede un aiuto, un supporto.
La pratica degli haiku, se sviluppata con un approccio attento, consapevole, può risultare efficace proprio nella sua funzione di cuneo nella coscienza, che svela e rivela la propria apertura all'intuizione e disposizione verso la creatività. Inoltre, il rifiorire della voce poetica è un importante segnale dell'apertura del cuore agli altri e al mondo, a sè e alla propria condizione di sofferenza. Si può dire che, come sul piano spirituale, nel chakra del cuore si ricompone la frammentazione del corpo, così su un piano verbale, nella poesia (nell'haiku) si ricompone la frammentazione della parola e della coscienza.
La pratica degli haiku è quindi sia uno strumento di evoluzione che di osservazione di sè.
Il processo creativo degli haiku nella quotidianità
Suggerire alle persone di utilizzare gli haiku presuppone quindi un cambio di prospettiva nel rapporto con se stessi e con la parola. Non sarà più quindi una verbalizzazione che nasce dal solo intelletto, dal ragionamento. Sarà una forma di espressione che arriva a compimento di un percorso giornaliero di introspezione, ascolto e, per estensione, meditazione. L'haiku come intuizione poetica breve dovrebbe favorire una disposizione personale nuova, tanto rara quanto necessaria nella nostra quotidianità: quella di potersi fermare, di ascoltare (dentro e fuori di sé), di osservare. In quello stato, scrivere una breve poesia è un modo per rappresentare simbolicamente piccole rivoluzioni quotidiane della coscienza, che culminano così in un gesto poetico.
In questa pratica, c'è un pericolo immediato che crea la mente: trasformare la creazione degli haiku in uno scopo, un compito, un lavoro. Durante la giornata, si andrebbe quindi costantemente alla ricerca di spunti creativi per realizzare nuovi haiku. Questo è il tranello della mente, che ci vorrebbe sempre impegnati. Il rapporto con la poesia andrebbe invece invertito. Non uno scopo, ma un naturale fluire al culmine di momenti di introspezione e ascolto.
L'atteggiamento corretto sarebbe quello di lasciarsi in qualche modo cogliere di sorpresa, come da un urgenza, da un gesto inatteso. Solo in questo modo la pratica degli haiku potrebbe davvero rivelare la sua forza e la sua efficacia, offrendo l'accesso a parti di noi stessi prima insospettate.
L'haiku può, così, anche aiutare le persone a ritornare al gioco infantile della creatività fine a se stessa o, se non altro, finalizzata a un apprendimento vitale, alla costruzione di un nuovo rapporto di sè con il mondo. La realtà di tutti i giorni può tornare a essere esperienza creativa in continuo fluire.
Avviare il processo creativo nella terapia olistica
Un buon modo per aiutare le persone a comprendere appieno il senso di questa pratica e l'approccio atteso, è quello di stimolare la creazione degli haiku durante gli incontri terapeutici. Soprattutto all'inizio, può essere più efficace chiedere di realizzare un haiku in momenti non programmati di una seduta, secondo l'intuizione e la sensibilità del terapeuta: in apertura di incontro; dopo un'improvvisazione musicale o un massaggio sonoro; dopo un esercizio di meditazione; dopo una verbalizzazione importante; ...
Durante gli incontri di terapia, una particolare attenzione può essere posta, successivamente, alla lettura ad alta voce del proprio componimento, fino alla realizzazione di una sorta di rituale creativo nel quale la recitazione (o il canto!) degli haiku rappresenta il culmine dell'esperienza (tornerò su questo in un successivo articolo, dove descriverò un rituale esemplificativo).
Il lavoro avviato durante le sedute ha un valore doppio, inquanto sostiene e offre una cornice al lavoro realizzato in autonomia nella quotidianità, che rischia, come sappiamo, di frammentarsi e perdere in concentrazione, soprattutto nel primo periodo.
Compito del terapeuta sarà quello di lavorare sulla motivazione e l'atteggiamento con il quale le persone si rapportano alla pratica. Ritengo sia invece importante evitare qualunque critica in merito al contenuto. Quest'ultimo, piuttosto, può essere oggetto di rielaborazione comune, quando ciò lo si ritenga importante, ma in molti casi l'haiku può semplicemente depositarsi e convibrare nello spazio della coscienza comune della terapia.
(continua)
Capitoli precedenti:
Prima parte.
Seconda parte.
へびがくたばり、
太陽の道では
かえるの舞
Premessa
Aprivo il primo articolo sulla pratica degli haiku nella terapia olistica con tre domande, che riprendo:
C'è spazio nella nostra quotidianità per la poesia?
Che rapporto esiste in noi tra realtà pratica e intuizione?
Quando permettiamo alla nostra creatività di manifestarsi?
In un percorso di cura olistica, con il suono, con la parola, con la meditazione, ... l'intuizione e la visione profonda devono essere nutriti e sostenuti, spesso in vece della razionalità, dell'intelletto. In estrema sintesi, una terapia transpersonale ha l'obiettivo di tornare all'unità, risolvere la frammentazione che nella crescita è avvenuta tra corpo, mente e parola. È il compito che dovrebbe affrontare ognuno nella propria vita, e che in specifiche fasi richiede un aiuto, un supporto.
La pratica degli haiku, se sviluppata con un approccio attento, consapevole, può risultare efficace proprio nella sua funzione di cuneo nella coscienza, che svela e rivela la propria apertura all'intuizione e disposizione verso la creatività. Inoltre, il rifiorire della voce poetica è un importante segnale dell'apertura del cuore agli altri e al mondo, a sè e alla propria condizione di sofferenza. Si può dire che, come sul piano spirituale, nel chakra del cuore si ricompone la frammentazione del corpo, così su un piano verbale, nella poesia (nell'haiku) si ricompone la frammentazione della parola e della coscienza.
La pratica degli haiku è quindi sia uno strumento di evoluzione che di osservazione di sè.
Il processo creativo degli haiku nella quotidianità
Suggerire alle persone di utilizzare gli haiku presuppone quindi un cambio di prospettiva nel rapporto con se stessi e con la parola. Non sarà più quindi una verbalizzazione che nasce dal solo intelletto, dal ragionamento. Sarà una forma di espressione che arriva a compimento di un percorso giornaliero di introspezione, ascolto e, per estensione, meditazione. L'haiku come intuizione poetica breve dovrebbe favorire una disposizione personale nuova, tanto rara quanto necessaria nella nostra quotidianità: quella di potersi fermare, di ascoltare (dentro e fuori di sé), di osservare. In quello stato, scrivere una breve poesia è un modo per rappresentare simbolicamente piccole rivoluzioni quotidiane della coscienza, che culminano così in un gesto poetico.
In questa pratica, c'è un pericolo immediato che crea la mente: trasformare la creazione degli haiku in uno scopo, un compito, un lavoro. Durante la giornata, si andrebbe quindi costantemente alla ricerca di spunti creativi per realizzare nuovi haiku. Questo è il tranello della mente, che ci vorrebbe sempre impegnati. Il rapporto con la poesia andrebbe invece invertito. Non uno scopo, ma un naturale fluire al culmine di momenti di introspezione e ascolto.
L'atteggiamento corretto sarebbe quello di lasciarsi in qualche modo cogliere di sorpresa, come da un urgenza, da un gesto inatteso. Solo in questo modo la pratica degli haiku potrebbe davvero rivelare la sua forza e la sua efficacia, offrendo l'accesso a parti di noi stessi prima insospettate.
L'haiku può, così, anche aiutare le persone a ritornare al gioco infantile della creatività fine a se stessa o, se non altro, finalizzata a un apprendimento vitale, alla costruzione di un nuovo rapporto di sè con il mondo. La realtà di tutti i giorni può tornare a essere esperienza creativa in continuo fluire.
Avviare il processo creativo nella terapia olistica
Un buon modo per aiutare le persone a comprendere appieno il senso di questa pratica e l'approccio atteso, è quello di stimolare la creazione degli haiku durante gli incontri terapeutici. Soprattutto all'inizio, può essere più efficace chiedere di realizzare un haiku in momenti non programmati di una seduta, secondo l'intuizione e la sensibilità del terapeuta: in apertura di incontro; dopo un'improvvisazione musicale o un massaggio sonoro; dopo un esercizio di meditazione; dopo una verbalizzazione importante; ...
Durante gli incontri di terapia, una particolare attenzione può essere posta, successivamente, alla lettura ad alta voce del proprio componimento, fino alla realizzazione di una sorta di rituale creativo nel quale la recitazione (o il canto!) degli haiku rappresenta il culmine dell'esperienza (tornerò su questo in un successivo articolo, dove descriverò un rituale esemplificativo).
Il lavoro avviato durante le sedute ha un valore doppio, inquanto sostiene e offre una cornice al lavoro realizzato in autonomia nella quotidianità, che rischia, come sappiamo, di frammentarsi e perdere in concentrazione, soprattutto nel primo periodo.
Compito del terapeuta sarà quello di lavorare sulla motivazione e l'atteggiamento con il quale le persone si rapportano alla pratica. Ritengo sia invece importante evitare qualunque critica in merito al contenuto. Quest'ultimo, piuttosto, può essere oggetto di rielaborazione comune, quando ciò lo si ritenga importante, ma in molti casi l'haiku può semplicemente depositarsi e convibrare nello spazio della coscienza comune della terapia.
(continua)
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lunedì 20 febbraio 2012
Gli haiku nella terapia olistica (2)
Prosegue l'analisi sull'utilizzo degli haiku nella terapia olistica.
La prima parte qui.
Creare i propri haiku
La seconda fase della pratica degli haiku nella terapia olistica è quella di guidare le persone alla creazione dei propri componimenti poetici, tenendo fede a due principi fondamentali: la scrittura intuitiva e la brevità dei componimenti.
Gli haiku della tradizione hanno una struttura metrica predefinita, che ne determina il passo e il ritmo (una lunghezza complessiva di 17 sillabe, spesso suddivise in modo ripetitivo in tre strofe, es. 5-7-5). Ma ricordandoci di non dover sviluppare un approccio teorico e tecnico alla pratica, ritengo sia più utile evidenziare alle persone: a) quella che potremmo definire la forma superficiale delle composizioni; b) alcune riflessioni sul contenuto; c) il processo creativo auspicato.
a) La forma superficiale che possiamo tenere a riferimento per una pratica efficace è la seguente: una breve poesia di tre versi, di cui il primo e il terzo più breve, e il secondo, centrale, un poco più lungo, per esempio. Dal punto di vista della tecnica poetica, questa semplificazione può apparire eccessiva, ma troppa attenzione alla struttura formale potrebbe spostare incautamente l'attenzione delle persone sull'aspetto razionale, intellettuale e formale (appunto) della pratica, perdendo gran parte della forza intuitiva di questo tipo di lavoro.
Il passo successivo, che può spingere le persone alla ricerca di una maggiore sintesi, è il riferimento alle 17 sillabe complessive, senza ulteriori precisazioni o schematismi.
b) Per quanto riguarda il contenuto, gli haiku della tradizione ci aprono un mondo semplice per quanto ampio e inatteso. Il cuore di questi componimenti è senza dubbio il naturalismo nel quotidiano: oggetti, animali, eventi appartengono al mondo naturale della nostra vita di tutti i giorni. Da questo punto di vista, l'haiku sembra nascere dall'osservazione attenta di quanto ci circonda, con particolare attenzione agli elementi naturali, al clima, alle stagioni e al momento del giorno in cui la composizione viene realizzata. Il contenuto è quindi frutto di una ricerca giornaliera e curiosa all'insegna della semplicità e della sintesi, e veicola elementi autobiografici importanti, per quanto più spesso solo suggeriti. Poche parole, brevi versi per mettere in scena un momento di vita quotidiana, per descriverne gli elementi centrali e rappresentarli sul piano simbolico verbale.
c) Ma il naturalismo non è l'obiettivo finale della ricerca sul contenuto, quanto il meccanismo attraverso il quale è possibile, negli elementi del quotidiano, scoprire significati altri, inediti rispetto a se stessi e alla propria coscienza. Gli elementi descritti negli haiku, insomma, sono un simbolo per qualcosa di altro, nello specifico, di un'alterità vera e propria che rimanda al percorso interiore delle persone, al cammino in essere, con il proprio portato emotivo ed energetico. Il processo creativo merita tuttavia ulteriori precisazioni in un paragrafo a sé.
(continua)
La prima parte qui.
爪が深く
愛を彫りつける
わたしの背中
Creare i propri haiku
La seconda fase della pratica degli haiku nella terapia olistica è quella di guidare le persone alla creazione dei propri componimenti poetici, tenendo fede a due principi fondamentali: la scrittura intuitiva e la brevità dei componimenti.
Gli haiku della tradizione hanno una struttura metrica predefinita, che ne determina il passo e il ritmo (una lunghezza complessiva di 17 sillabe, spesso suddivise in modo ripetitivo in tre strofe, es. 5-7-5). Ma ricordandoci di non dover sviluppare un approccio teorico e tecnico alla pratica, ritengo sia più utile evidenziare alle persone: a) quella che potremmo definire la forma superficiale delle composizioni; b) alcune riflessioni sul contenuto; c) il processo creativo auspicato.
a) La forma superficiale che possiamo tenere a riferimento per una pratica efficace è la seguente: una breve poesia di tre versi, di cui il primo e il terzo più breve, e il secondo, centrale, un poco più lungo, per esempio. Dal punto di vista della tecnica poetica, questa semplificazione può apparire eccessiva, ma troppa attenzione alla struttura formale potrebbe spostare incautamente l'attenzione delle persone sull'aspetto razionale, intellettuale e formale (appunto) della pratica, perdendo gran parte della forza intuitiva di questo tipo di lavoro.
Il passo successivo, che può spingere le persone alla ricerca di una maggiore sintesi, è il riferimento alle 17 sillabe complessive, senza ulteriori precisazioni o schematismi.
b) Per quanto riguarda il contenuto, gli haiku della tradizione ci aprono un mondo semplice per quanto ampio e inatteso. Il cuore di questi componimenti è senza dubbio il naturalismo nel quotidiano: oggetti, animali, eventi appartengono al mondo naturale della nostra vita di tutti i giorni. Da questo punto di vista, l'haiku sembra nascere dall'osservazione attenta di quanto ci circonda, con particolare attenzione agli elementi naturali, al clima, alle stagioni e al momento del giorno in cui la composizione viene realizzata. Il contenuto è quindi frutto di una ricerca giornaliera e curiosa all'insegna della semplicità e della sintesi, e veicola elementi autobiografici importanti, per quanto più spesso solo suggeriti. Poche parole, brevi versi per mettere in scena un momento di vita quotidiana, per descriverne gli elementi centrali e rappresentarli sul piano simbolico verbale.
c) Ma il naturalismo non è l'obiettivo finale della ricerca sul contenuto, quanto il meccanismo attraverso il quale è possibile, negli elementi del quotidiano, scoprire significati altri, inediti rispetto a se stessi e alla propria coscienza. Gli elementi descritti negli haiku, insomma, sono un simbolo per qualcosa di altro, nello specifico, di un'alterità vera e propria che rimanda al percorso interiore delle persone, al cammino in essere, con il proprio portato emotivo ed energetico. Il processo creativo merita tuttavia ulteriori precisazioni in un paragrafo a sé.
(continua)
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giovedì 16 febbraio 2012
Gli haiku nella terapia olistica (1)
凍てつく夜、
魔女の唱和が
月をあたためる
Premessa
C'è spazio nella nostra quotidianità per la poesia?
Che rapporto esiste in noi tra realtà pratica e intuizione?
Quando permettiamo alla nostra creatività di manifestarsi?
Sulla base della mia esperienza personale e della pratica di terapia olistica che porto avanti ormai da anni (per lo più con l'utilizzo della musica), ho notato una forte correlazione tra il grado di benessere personale percepito e il grado di libertà espressiva con la quale ci esprimiamo quotidianamente.
Non c'è dubbio che per la maggior parte delle persone, l'utilizzo della musica in qualunque sua forma non sia la modalità espressiva più comune. La più familiare, con il suo portato simbolico e i suoi evidenti limiti, resta la parola. Eppure, le parole del quotidiano sono spesso prive di vitalità, schematiche, ripetitive, abituali. In generale, accanto al malessere o al disagio personale, si riscontra un irrigidimento nell'uso della parola, sia essa parte della comunicazione spontanea quotidiana, sia essa parte di un linguaggio tecnico utilizzato a scopi lavorativi o intellettuali. Non intendo dire che debba esserci per forza un impoverimento del lessico, o delle sue diverse sfaccettature, quanto piuttosto un uso rigido, non creativo, della parola e delle sue forme.
Per queste ragioni, dopo un lungo apprendistato personale, ho iniziato a utilizzare nei percorsi di cura la pratica degli haiku, una pratica giapponese antichissima e ricca di suggestioni, che, nella sua semplicità apparente, favorisce una profonda ricerca personale, e il ritorno a un uso inatteso, creativo e intuitivo della parola, delle verbalizzazioni e della creazione poetica. Da questo punto di vista, l'uso degli haiku nei percorsi di cura che propongo non ha alcun intendimento tecnico. Dalle brevi poesie giapponesi si ricercano stimoli evocativi, sinestetici e inaspettati.
Cos'è un haiku
Per semplicità di riferimenti, nella definizione degli haiku mi rivolgo a wikipedia, che li definisce come componimenti poetici nati in Giappone, composti da tre versi per complessive diciassette sillabe. In rete, esistono tuttavia parecchie pagine (professionali e amatoriali) dedicate a questa forma poetica. L'haiku, a giudicare dai risultati di ricerca, gode in rete di una certa attenzione che ritrovo con più difficoltà tra le persone che incontro nei miei percorsi di cura.
Sempre wikipedia ci dice che l'haiku fu creato in Giappone nel XVII secolo, ma deriva dal tanka, componimento poetico di 17 sillabe che risale già al IV secolo. La lunghezza dei versi dipende dal contenuto dell'haiku, purché sia sempre di 17 sillabe.
L'haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e congiunzioni, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura e delle stagioni: per via dell'estrema brevità la composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d'immagine. Soggetto dell'haiku sono scene rapide ed intense che rappresentano appunto, in genere, la natura e le emozioni che esse lasciano nell'animo dell'haijin (il poeta). L'ultimo verso è, tradizionalmente, il cosiddetto riferimento stagionale (kigo), cioè un accenno alla stagione che definisce il momento dell'anno in cui viene composta o al quale è dedicata.
La mancanza di nessi evidenti tra i versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, quasi come una traccia che sta al lettore completare.
In Giappone si calcola che più di dieci milioni di persone (circa il 10% della popolazione) si dilettino a scrivere haiku. I gruppi di poeti che si riuniscono per parlare di haiku si chiamano haijin. Pressoché ogni giornale nipponico ha una sezione riservata agli haiku.
La diffusione della pratica degli haiku in Giappone non deve sorprendere, si tratta, come vedremo, di un esercizio semplice, piacevole e fortemente rivelatore del proprio percorso personale.
Avvicinarsi agli haiku nella terapia olistica
Un buon modo per avvicinare le persone a questa pratica, nella terapia olistica, è quella di favorire un rapporto non mediato con gli haiku; lasciare cioè che i brevi componimenti della tradizione impattino senza mediazione razionale e intellettuale con la coscienza delle persone. Che arrivino come un venticello improvviso, lascino il loro suono, risuonino nella coscienza, si depositino.
Dobbiamo essere consapevoli, naturalmente, che il nostro rapporto con gli haiku giapponesi è di tipo indiretto, per ovvie ragioni linguistiche. Non ci è possibile assorbire la forza originaria del segno e del testo dell'haiku, a meno di non conoscere in modo approfondito la lingua giapponese.
È utile anche ricordare che la lingua giapponese ha un'evocazione simbolica e una sintesi linguistica completamente diversa da quella italiana. Gli ideogrammi hanno un equilibrio e una struttura formale propria che non ha alcun paragone nella lingua italiana. Per molti aspetti, la bellezza degli haiku originari sta, oltre che nel suo suono e nel suo contenuto, anche nel suo aspetto visivo, grafico. Non è un caso, infatti, che la creazione degli haiku, nella tradizione, sia molto spesso associato all'arte della calligrafia.
Un esempio può chiarire questo aspetto. Riporto uno degli haiku più conosciuti della tradizione, a opera del maestro Matsuo Basho:
古池や蛙飛びこむ水の音
(furu ike ya kawazu tobikomu mizu no oto)
Nel vecchio stagno
una rana si tuffa.
Rumore d'acqua.
Tuttavia, il contenuto degli haiku mantiene intatti la sua forza evocativa e il suo valore poetico.
Nella pratica terapeutica quindi, gli haiku possono essere raccolti e pescati dal terapeuta in modo intuitivo, per poi proporli alla persona con la quale si sta lavorando (o con gruppi di persone), in un meccanismo per certi versi simile a quello delle libere associazioni o, meglio, all'intuizione profonda di un percorso di consapevolezza.
Gli haiku possono puntellare come stelle il cielo della pratica terapeutica, offrendo spunti inattesi, funzionando come specchi nei quali riconoscersi in modo nuovo.
La brevità e sintesi degli haiku, il modo di accostare i tre versi, la forza evocativa delle immagini, sono tutti elementi che favoriscono nelle persone la ricerca di un proprio significato personale, in sintesi, di ritrovare nel componimento qualcosa di se stessi, nel momento in cui quel qualcosa avviene, di farlo diventare proprio. Haiku vecchi anche di secoli ci arrivano come parti della nostra coscienza, per rivelarci qualcosa di inedito di noi stessi. Non è forse questo il valore più profondo della composizione poetica?
(continua)
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venerdì 7 agosto 2009
Imparare uno strumento o imparare a suonare?

Accade che nel mio lavoro si facciano diversi incontri.
Ogni incontro porta a riflettere sul valore che ha la musica nella nostra vita, nella nostra società e nella nostra intimità. So che, per ragioni misteriose, troppo spesso fare musica e fare esperienza del suono rimangono cose separate. Chi insegna musica, a tutti i livelli, dimentica che essa nasce dalla combinazione di suoni, dalla produzione ed emissione di suoni, che sono entità fisiche concrete, non volatili esperienze uditive e basta. Il suono è una forma di energia ben caratterizzata e descritta, di cui è possibile fare esperienza ben oltre la tecnica strumentale e l’ascolto con le orecchie.
È per questa ragione che, quando insegno il pianoforte, cerco di offrire esperienze sonore e musicali multiformi, che passano dall’uso delle percussioni, al massaggio sonoro, al movimento con il corpo. Perché è importante comprendere intimamente da subito che, se un adulto deve affrontare un passaggio pianistico con una ritmica complessa, oppure un bambino fatica a suonare a tempo regolare quattro note in una battuta, non è sufficiente il coordinamento motorio delle mani. Il rapporto tra il ritmo, il tempo e il movimento ha radici più profonde. Questo punto di vista non solo facilita l’apprendimento, ma permette di trasformare una lezione di strumento in un’esperienza significativa per il proprio mondo psico-fisico.
Questi temi sono ancora più importanti se l’insegnamento di uno strumento è indirizzato a persone portatrici di handicap psichici o fisici, dove lo sviluppo di una didattica e di un percorso tecnico non può per sua natura essere tradizionale, precostituito o predefinito. I limiti della persona diventano stimoli a trovare modalità differenti di apprendimento e di approccio allo strumento.
Altrimenti, che si tratti di persone normo-dotate o portatrici di handicap, c’è il rischio che l’esperienza didattica con la musica si riveli piena di frustrazioni e amplifichi le proprie personali insicurezze. Perché suonare uno strumento è difficile, è impegnativo e richiede una motivazione molto alta. Ma può rivelarsi anche tremendamente divertente, da subito.
E arrivo all’incontro. Ho avuto il piacere, recentemente, di conoscere un uomo, ormai quasi sessantenne, con una sua storia, una sua parabola di vita, una sua idea del mondo e dell’esistenza, che mi ha portato le sue emozioni e, certamente, le sue frustrazioni a piene mani.
Di tutti i problemi in cui un uomo di quella età, con quella esperienza, può ritrovarsi invischiato, lui ha “deciso” dovesse essere il suo rapporto con la musica e con il suonare il pianoforte. In anni e anni di “lotta” col suono, ha maturato un timore profondo verso lo strumento e verso la propria musicalità. Ho osservato, suona come se i tasti scottassero. Ha una discreta tecnica di base, sviluppata in percorsi multiformi e grazie a una grande tenacia, ma raramente riesce a provare una sana, piena soddisfazione nel suonare. Eppure ci torna, a testa bassa, perché per lui suonare è diventata una questione esistenziale.
La vicenda personale, probabilmente, ha molte sfaccettature e potrebbe trovare una soluzione con un percorso che gli permetta di rinnovare, di re-inventare il suo rapporto con il suono, attraverso un approccio più immediato, passionale, aperto, consapevole e fisico, con l’uso di esperienze di dialogo sonoro e di improvvisazione che smontino le sue idee circa ciò che è bello e accettabile in musica, ciò che è inadeguato e non all’altezza, iniziando da un’immersione sonora con il massaggio al pianoforte.
Ma al di là della vicenda personale, l’incontro mi ha permesso di focalizzare alcune idee, che elenco una dopo l’altra, senza ulteriore approfondimento e distanziandole l’una dall’altra, per dare spazio e fiato:
non può esistere una didattica strumentale immutabile a prescindere da chi vuole imparare;
il suono conserva, anche dopo anni di esperienze, un’ombra misteriosa, che può diventare davvero spaventosa;
dietro a quest’ombra, dentro a essa, si nascondono anche tutte le risorse per affrontare e risolvere quelle stesse paure;
nei percorsi di crescita, quali essi siano, la competizione, prima con se stessi, poi con gli altri, è sempre presente, al punto da generare conflitto personale e autentico sconforto;
in ambito musicale, i modelli di riferimento che si costruiscono e definiscono nel tempo sono fortissimi e molto condizionanti, e sono il segno di un clima culturale ancora oggi terribilmente competitivo e, in definitiva, aggressivo (il film di Michael Haneke, La Pianista, ne è una buona esemplificazione estrema e patologica);
la musica non è un sapere astratto e la tecnica non è il cuore della musica. Il cuore della musica è il suono.
Potete contattarmi per informazioni sull’insegnamento del pianoforte o per percorsi propedeutici all’apprendimento musicale.
Ogni incontro porta a riflettere sul valore che ha la musica nella nostra vita, nella nostra società e nella nostra intimità. So che, per ragioni misteriose, troppo spesso fare musica e fare esperienza del suono rimangono cose separate. Chi insegna musica, a tutti i livelli, dimentica che essa nasce dalla combinazione di suoni, dalla produzione ed emissione di suoni, che sono entità fisiche concrete, non volatili esperienze uditive e basta. Il suono è una forma di energia ben caratterizzata e descritta, di cui è possibile fare esperienza ben oltre la tecnica strumentale e l’ascolto con le orecchie.
È per questa ragione che, quando insegno il pianoforte, cerco di offrire esperienze sonore e musicali multiformi, che passano dall’uso delle percussioni, al massaggio sonoro, al movimento con il corpo. Perché è importante comprendere intimamente da subito che, se un adulto deve affrontare un passaggio pianistico con una ritmica complessa, oppure un bambino fatica a suonare a tempo regolare quattro note in una battuta, non è sufficiente il coordinamento motorio delle mani. Il rapporto tra il ritmo, il tempo e il movimento ha radici più profonde. Questo punto di vista non solo facilita l’apprendimento, ma permette di trasformare una lezione di strumento in un’esperienza significativa per il proprio mondo psico-fisico.
Questi temi sono ancora più importanti se l’insegnamento di uno strumento è indirizzato a persone portatrici di handicap psichici o fisici, dove lo sviluppo di una didattica e di un percorso tecnico non può per sua natura essere tradizionale, precostituito o predefinito. I limiti della persona diventano stimoli a trovare modalità differenti di apprendimento e di approccio allo strumento.
Altrimenti, che si tratti di persone normo-dotate o portatrici di handicap, c’è il rischio che l’esperienza didattica con la musica si riveli piena di frustrazioni e amplifichi le proprie personali insicurezze. Perché suonare uno strumento è difficile, è impegnativo e richiede una motivazione molto alta. Ma può rivelarsi anche tremendamente divertente, da subito.
E arrivo all’incontro. Ho avuto il piacere, recentemente, di conoscere un uomo, ormai quasi sessantenne, con una sua storia, una sua parabola di vita, una sua idea del mondo e dell’esistenza, che mi ha portato le sue emozioni e, certamente, le sue frustrazioni a piene mani.
Di tutti i problemi in cui un uomo di quella età, con quella esperienza, può ritrovarsi invischiato, lui ha “deciso” dovesse essere il suo rapporto con la musica e con il suonare il pianoforte. In anni e anni di “lotta” col suono, ha maturato un timore profondo verso lo strumento e verso la propria musicalità. Ho osservato, suona come se i tasti scottassero. Ha una discreta tecnica di base, sviluppata in percorsi multiformi e grazie a una grande tenacia, ma raramente riesce a provare una sana, piena soddisfazione nel suonare. Eppure ci torna, a testa bassa, perché per lui suonare è diventata una questione esistenziale.
La vicenda personale, probabilmente, ha molte sfaccettature e potrebbe trovare una soluzione con un percorso che gli permetta di rinnovare, di re-inventare il suo rapporto con il suono, attraverso un approccio più immediato, passionale, aperto, consapevole e fisico, con l’uso di esperienze di dialogo sonoro e di improvvisazione che smontino le sue idee circa ciò che è bello e accettabile in musica, ciò che è inadeguato e non all’altezza, iniziando da un’immersione sonora con il massaggio al pianoforte.
Ma al di là della vicenda personale, l’incontro mi ha permesso di focalizzare alcune idee, che elenco una dopo l’altra, senza ulteriore approfondimento e distanziandole l’una dall’altra, per dare spazio e fiato:
non può esistere una didattica strumentale immutabile a prescindere da chi vuole imparare;
il suono conserva, anche dopo anni di esperienze, un’ombra misteriosa, che può diventare davvero spaventosa;
dietro a quest’ombra, dentro a essa, si nascondono anche tutte le risorse per affrontare e risolvere quelle stesse paure;
nei percorsi di crescita, quali essi siano, la competizione, prima con se stessi, poi con gli altri, è sempre presente, al punto da generare conflitto personale e autentico sconforto;
in ambito musicale, i modelli di riferimento che si costruiscono e definiscono nel tempo sono fortissimi e molto condizionanti, e sono il segno di un clima culturale ancora oggi terribilmente competitivo e, in definitiva, aggressivo (il film di Michael Haneke, La Pianista, ne è una buona esemplificazione estrema e patologica);
la musica non è un sapere astratto e la tecnica non è il cuore della musica. Il cuore della musica è il suono.
Potete contattarmi per informazioni sull’insegnamento del pianoforte o per percorsi propedeutici all’apprendimento musicale.
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martedì 14 luglio 2009
Arci Lecco 2009-2010 - Terapie individuali e seminari

Prosegue anche nella nuova annata 2009-2010 la mia collaborazione con l'Arci Lecco.
All'indirizzo internet dell'Arci potete scaricare il volantino con tutte le iniziative del nuovo anno.
Per quanto mi riguarda, si comincia con due iniziative:
- Terapie individuali su prenotazione - utilizzo di tecniche di musicoterapia per lo sviluppo di un percorso di consapevolezza, per il benessere psicofisico complessivo della persona, per migliorare l'equilibrio energetico personale, per ridurre le manifestazioni psico-somatiche, per il rilassamento.
- I paesaggi sonori - primo incontro di introduzione alla musicoterapia della durata di 3 ore. Giorno da definire.
Ci sono due date che dovete appuntarvi se siete interessati.
Domenica 20 settembre dalle 17.30 alle 19.30 ci sarà la presentazione dei corsi e dei seminari.
Domenica 27 settembre dalle 15.30 alle 18.30 ci sarà l'open day benessere, con la presentazione delle terapia individuali.
Non mancate.
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giovedì 28 maggio 2009
Silenzio
La musica fa ritornare al silenzio.
È uno degli obiettivi più importanti di un percorso di musicoterapia.
Lo sappiamo, è banale, la musica nasce dal silenzio e torna al silenzio. Come la vita.
Riempiamo il quotidiano di rumore perché temiamo il vuoto, lo spazio, l’ascolto. Il silenzio ci spaventa.
La musica cura, la musica genera, la musica sviluppa, la musica… può essere una grande fuga.
Con la musica ci si può stordire e perdere. Che sia Bach, che sia John Coltrane.
Ascoltando Ascension, del sassofonista afro-americano, viene in mente la vita. Tutto quel rumore, quella cacofonia, che porta al silenzio. Ma nel mezzo, quanta sofferenza?
L’esperienza del suono può essere un ritorno all’ascolto profondo, può far scoprire la pace dell’armonia tra mente e corpo, dell’interruzione del continuo e logorante lavorio mentale, della sospensione del flusso ininterrotto dei pensieri.
Ma al silenzio e alla pace ci si arriva per gradi.
Nella pratica terapeutica, ho scoperto la disponibilità d’animo delle persone, una nuova apertura all’ascolto. Proposte musicali sorprendenti e anche lontanissime dalla loro cultura e abitudine possono essere accolte favorevolmente e generare sorpresa e nuova consapevolezza. Si può scoprire di aver bisogno di suoni nuovi, di musiche diverse, di ritmi e armonie inascoltate. Si può imparare a ricercare il silenzio passo dopo passo, come un cammino interiore. Rigenerante.
Il musicoterapeuta può far sorgere nel profondo della persona questa esigenze, questo nuovo desiderio. Come un faro che illumina un cammino.
Ma non può, non deve in nessun modo imporre un passo, colpevolizzare il rumore, sostituire un’identificazione con un’altra. Perché il silenzio, anch’esso, può diventare una fuga, nel momento in cui si traduce in sordità, isolamento e repressione. Quando è imposto.
Al suono, dal suono, col suono ci si muove. Che nasce dal silenzio e torna al silenzio. Come la vita. Si riscopre il silenzio. Si riscoprono i suoni e i ritmi della vita.
È uno degli obiettivi più importanti di un percorso di musicoterapia.
Lo sappiamo, è banale, la musica nasce dal silenzio e torna al silenzio. Come la vita.
Riempiamo il quotidiano di rumore perché temiamo il vuoto, lo spazio, l’ascolto. Il silenzio ci spaventa.
La musica cura, la musica genera, la musica sviluppa, la musica… può essere una grande fuga.
Con la musica ci si può stordire e perdere. Che sia Bach, che sia John Coltrane.
Ascoltando Ascension, del sassofonista afro-americano, viene in mente la vita. Tutto quel rumore, quella cacofonia, che porta al silenzio. Ma nel mezzo, quanta sofferenza?
L’esperienza del suono può essere un ritorno all’ascolto profondo, può far scoprire la pace dell’armonia tra mente e corpo, dell’interruzione del continuo e logorante lavorio mentale, della sospensione del flusso ininterrotto dei pensieri.
Ma al silenzio e alla pace ci si arriva per gradi.
Nella pratica terapeutica, ho scoperto la disponibilità d’animo delle persone, una nuova apertura all’ascolto. Proposte musicali sorprendenti e anche lontanissime dalla loro cultura e abitudine possono essere accolte favorevolmente e generare sorpresa e nuova consapevolezza. Si può scoprire di aver bisogno di suoni nuovi, di musiche diverse, di ritmi e armonie inascoltate. Si può imparare a ricercare il silenzio passo dopo passo, come un cammino interiore. Rigenerante.
Il musicoterapeuta può far sorgere nel profondo della persona questa esigenze, questo nuovo desiderio. Come un faro che illumina un cammino.
Ma non può, non deve in nessun modo imporre un passo, colpevolizzare il rumore, sostituire un’identificazione con un’altra. Perché il silenzio, anch’esso, può diventare una fuga, nel momento in cui si traduce in sordità, isolamento e repressione. Quando è imposto.
Al suono, dal suono, col suono ci si muove. Che nasce dal silenzio e torna al silenzio. Come la vita. Si riscopre il silenzio. Si riscoprono i suoni e i ritmi della vita.

John Coltrane in silenzio
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domenica 24 maggio 2009
Un'intervista e il metodo
Guglielmo Nigro. L’esperienza totale della musica
di Silvia Turrin
Al centro dei suoi studi e della sua attività c’è il suono, inteso come strumento taumaturgico. A un determinato modello da seguire e portare avanti, preferisce un approccio interdisciplinare ed eclettico. Stiamo parlando del dott. Guglielmo Nigro, che avevamo intervistato in occasione di una seduta dedicata al massaggio sonoro al pianoforte. Psicologo e musicoterapeuta, ha frequentato la scuola del prof. Dario Benatti, ideatore di Musica Prima, associazione composta da insegnanti specializzati in varie discipline, che si prefigge di divulgare gli effetti terapeutici prodotti dalla musica in quelle persone soggette a patologie sia fisiche sia psichiche. Grazie all’approccio multiforme adottato dal prof. Benatti, Guglielmo Nigro è riuscito ad assorbire vari stimoli e un ampio sguardo verso la musicoterapia. Infatti, ha elaborato un percorso terapeutico del tutto personale, ancora in continua evoluzione, basato non solo sulla psicologia, psicoterapia e musicoterapia, ma anche su altre tecniche.
«Sono stato influenzato dalla bioenergetica di Lowen, che è stato il primo a riprendere gli insegnamenti di Reich riportando il corpo all’interno del contesto psicoterapeutico. Prima di Lowen, il corpo era stato completamente messo in un angolo. Si è arrivati agli eccessi di Lacan per il quale c’è solo il potere assoluto della parola. Credo invece che non ci sia un percorso di cura efficace che non passi attraverso il corpo. Non perché il corpo è preponderante sulla mente, ma perché l’una non può esistere senza l’altro. Il mio approccio risente inoltre della psicologia culturale di Bruner e, più in generale, mi baso su tutto quel filone collegato alla narrazione. Nel corso delle sedute, le persone raccontandosi, hanno modo di ricostruire la cronaca della loro vita nel contesto presente e ciò permette una riscoperta di sé».
Oltre a queste tecniche, il dott. Nigro impiega anche la meditazione dinamica, riadattata nell’ottica specifica in cui lavora, riutilizzata aggiungendo il suono e la musica.
«Secondo me, la parte più bella di questo mestiere consiste nell’elaborare un proprio percorso. Ritengo che nessun cammino di guarigione possa basarsi su un modello prefissato. Si parte da alcuni riferimenti, certo, ma il modello o i modelli bisogna personalizzarli in base agli studi e alla propria esperienza professionale».
Una delle tecniche principali da lui utilizzate è il massaggio sonoro al pianoforte, che ha scoperto grazie a seminari condotti dalla prof.ssa Giulia Cremaschi Trovesi, pioniera in questo campo, soprattutto nelle terapie con bambini non udenti.
Il dott. Nigro ha iniziato a sperimentarlo con bambini disabili, che avevano sindromi spastiche. «L’aspetto che ho notato attraverso questa pratica − sottolinea − è l’evidente riduzione del dolore. Inoltre, dopo il massaggio sonoro appaiono più flessibili ed è possibile muovere di più i loro arti. Partendo da questa fase iniziale, l’ho poi impiegato nel corso di sedute con persone che avevano dolore alla schiena, mal di testa. Adesso a 360 gradi lo sto inserendo sempre di più nei percorsi di psicoterapia che conduco nel mio studio».
Il massaggio sonoro al pianoforte può essere utilizzato in vari ambiti: per rilassare, per eliminare forme di stress, e in connessione a metodologie che lavorano sull’armatura psico-somatica. Questo perché agisce a vari livelli: fisico, psicologico ed energetico.
«La vibrazione sonora amplificata dalla cassa armonica del pianoforte entra in risonanza con il corpo e ne fa convibrare alcune parti, secondo il principio della lunghezza d’onda. I suoni più gravi hanno una lunghezza maggiore e fanno convibrare le ossa lunghe del corpo e i muscoli più lunghi o l’intestino. I suoni più acuti fanno convibrare per esempio il capo.
La vibrazione è benefica, poiché permette di riequilibrare l’energia, cioè le tensioni del corpo che si accumulano. C’è un effetto di rilassamento e di ridistribuzione di queste energie che sono localizzate normalmente in determinate zone. Da un punto di vista psicologico, la musica produce un rilassamento emozionale. Ha una potenza incredibile nell’unificare la mente e il corpo. Vengono bloccati vari meccanismi che producono stress e tolgono numerose energie».
Il dott. Nigro, accanto al massaggio sonoro al pianoforte, inserisce l’uso dei vocalizzi.
La persona che è distesa sul piano emette sillabe o canti appoggiandosi all’improvvisazione musicale. Questo tipo di interazione fra tecniche permette al soggetto di avvertire una profonda consapevolezza fisica nel presente, senza logorii mentali.
Il dott. Nigro ha lavorato molto con i bambini disabili, mentre negli ultimi anni sta focalizzando più il suo lavoro verso adulti che hanno importanti disturbi psicosomatici, con emicranie forti, con stati ansiosi, attacchi di panico, insonnia. Il suo approccio è in continua evoluzione, poiché dall’esperienza emergono nuove idee e considerazioni. Rimane fissa la musica, seppur improvvisata.
La musica agisce sull’emisfero destro, favorendo dinamiche emotive e creative. Molti suoi effetti sono ancora da scandagliare con attenzione, come le dinamiche mosse dai suoni nell’ambito della terapia del dolore, a livello neuro-endocrino. Un filone che lo stesso dott. Nigro sta studiando.
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sabato 2 maggio 2009
Esperienze di massaggio sonoro
Silvia Turrin torna a parlare del sottoscritto nella rubrica di musicoterapia di Amadeus online. La giornalista ha provato il massaggio sonoro nel mio studio e ha raccontato la sua esperienza in un articolo. Lo riporto per interezza qui sotto, e vi suggerisco di leggere la sua rubrica, sempre stimolante.

Il massaggio sonoro al pianoforte
di Silvia Turrin
«La sostanza del corpo è una sinfonia virtuale di frequenze, suoni e ritmi biologici, mentali ed emozionali che, nel loro fluire continuo, cercano di raggiungere e di mantenere lo stato di perfetto equilibrio». Così scrive Randall McClellan nel libro The healing forces of Music pubblicato nel 1993 (la cui edizione tradotta in italiano è attualmente non reperibile nei normali circuiti di distribuzione, quali librerie e siti specializzati). L’equilibrio psico-fisico viene indebolito da stress, da ritmi frenetici, o è minato da patologie più o meno gravi, quali emicranie, ipertensione, insonnia o attacchi di panico.
In questi casi, la musicoterapia può essere d’aiuto per riportare corpo e mente in una condizione ottimale. Uno dei metodi più coinvolgenti, piacevoli ed efficaci per ripristinare uno stato di benessere è il massaggio sonoro al pianoforte che utilizza, in termini pratici, il concetto di frequenze del suono. È ormai noto che determinati ritmi, melodie, vibrazioni acustiche agiscono a livello fisiologico e che le frequenze sonore sono in grado di “colpire” specifiche zone del corpo.
Come mette ben in evidenza McClellan nel volume citato, le frequenze possono essere terapeutiche, poiché “il suono è un’energia vibratoria che interagisce con l’energia delle strutture del corpo attraverso la risonanza”. Inoltre, “ogni struttura del corpo ha la propria frequenza di risonanza naturale”.
Partendo da questi e da altre teorie, è stato sviluppato il massaggio sonoro al pianoforte.
Per capire meglio le caratteristiche di questo approccio, l’ho voluto sperimentare personalmente.
Mi sono rivolta a Guglielmo Nigro, musicista e psicologo specializzatosi in musicoterapia attraverso corsi e seminari tenuti, fra gli altri, dal prof. Dario Benatti e dalla prof.ssa Giulia Cremaschi Trovesi. La professionalità del dott. Nigro intreccia altre discipline, quali bioenergetica, psicologia culturale di Bruner e meditazione dinamica, definibili olistiche, poiché considerano l’unità, non la dualità, tra mente e corpo. La tecnica del massaggio sonoro al pianoforte agisce anch’essa a livello globale, producendo effetti sul piano fisico e sulla parte più sottile (energetica) dell’uomo. Ci si distende sulla cassa armonica del pianoforte a coda, ricoperta da un telo, appoggiando testa e ginocchia su morbidi cuscini. Le luci vengono abbassate per agevolare il rilassamento. Si possono chiudere o lasciare aperti gli occhi, a discrezione del soggetto (io li ho chiusi). Una volta distesi, si rimane in silenzio per qualche istante, poi, inizia la musica. E a queste punto, l’esperienza non può che essere raccontata se non in modo personale.
Per 40 minuti sono stata avvolta dalle onde sonore del pianoforte. Sentivo non solo a livello uditivo, ma anche a livello fisico e vibratorio i tasti che si muovevano a seconda dell’accordo. La mia percezione sensoriale del suono andava oltre la pura dimensione acustica: è stata un’esperienza totale, poiché percepivo che determinate note toccavano la mia colonna vertebrale, altre andavano ancor più in profondità raggiungendo il plesso solare e altre ancora le ho avvertite intensamente nella zona cervicale. Man mano che la musica procedeva le sensazioni che provavo s’intensificavano sempre di più. Il respiro e il battito cardiaco era come si trovassero nella stessa condizione che precede il sonno, per cui dominava in me un totale senso di calma.
Questo tipo di massaggio, che prevede il contatto fra soggetto e strumento musicale, crea una con-vibrazione e sviluppa un dialogo sonoro tra le frequenze del corpo e quelle del piano. È particolarmente indicato per chi tende a pensare troppo, per chi impegna costantemente la mente o per chi, come si è già anticipato, presenta alcuni disturbi come mal di testa, insonnia, mal di schiena. Il “massaggio” avviene attraverso, e con i suoni, sprigionati in modo improvvisato. Non si ascoltano partiture conosciute, bensì la composizione, che varia nel ritmo, in altezza, in intensità, è assolutamente estemporanea, creata al momento e ispirata alle condizioni psico-fisiche della persona coinvolta nel massaggio.
Questa esperienza sonora agisce a livello olistico. Non solo favorisce il rilassamento muscolare, ma riduce quelle tensioni che portano alla cristallizzazione della corazza mentale e fisica, che influisce sullo stato di serenità.
Non ci sono ancora studi specifici che ne dimostrino l’efficacia, anche se, per riflesso, tutte le ricerche relative all’applicazione terapeutica delle frequenze confermano la capacità dei suoni di influenzare positivamente mente e corpo (si vedano per esempio, i lavori condotti da Chladni sulla cimatica e altri legati alla radionica).
Il massaggio sonoro al pianoforte è un approccio di musicoterapia sempre più considerato dagli addetti ai lavori, poiché si tratta di un metodo semplice ed indicato per generare uno stato di rilassamento e per riportare equilibrio interiore.

Il massaggio sonoro al pianoforte
di Silvia Turrin
«La sostanza del corpo è una sinfonia virtuale di frequenze, suoni e ritmi biologici, mentali ed emozionali che, nel loro fluire continuo, cercano di raggiungere e di mantenere lo stato di perfetto equilibrio». Così scrive Randall McClellan nel libro The healing forces of Music pubblicato nel 1993 (la cui edizione tradotta in italiano è attualmente non reperibile nei normali circuiti di distribuzione, quali librerie e siti specializzati). L’equilibrio psico-fisico viene indebolito da stress, da ritmi frenetici, o è minato da patologie più o meno gravi, quali emicranie, ipertensione, insonnia o attacchi di panico.
In questi casi, la musicoterapia può essere d’aiuto per riportare corpo e mente in una condizione ottimale. Uno dei metodi più coinvolgenti, piacevoli ed efficaci per ripristinare uno stato di benessere è il massaggio sonoro al pianoforte che utilizza, in termini pratici, il concetto di frequenze del suono. È ormai noto che determinati ritmi, melodie, vibrazioni acustiche agiscono a livello fisiologico e che le frequenze sonore sono in grado di “colpire” specifiche zone del corpo.
Come mette ben in evidenza McClellan nel volume citato, le frequenze possono essere terapeutiche, poiché “il suono è un’energia vibratoria che interagisce con l’energia delle strutture del corpo attraverso la risonanza”. Inoltre, “ogni struttura del corpo ha la propria frequenza di risonanza naturale”.
Partendo da questi e da altre teorie, è stato sviluppato il massaggio sonoro al pianoforte.
Per capire meglio le caratteristiche di questo approccio, l’ho voluto sperimentare personalmente.
Mi sono rivolta a Guglielmo Nigro, musicista e psicologo specializzatosi in musicoterapia attraverso corsi e seminari tenuti, fra gli altri, dal prof. Dario Benatti e dalla prof.ssa Giulia Cremaschi Trovesi. La professionalità del dott. Nigro intreccia altre discipline, quali bioenergetica, psicologia culturale di Bruner e meditazione dinamica, definibili olistiche, poiché considerano l’unità, non la dualità, tra mente e corpo. La tecnica del massaggio sonoro al pianoforte agisce anch’essa a livello globale, producendo effetti sul piano fisico e sulla parte più sottile (energetica) dell’uomo. Ci si distende sulla cassa armonica del pianoforte a coda, ricoperta da un telo, appoggiando testa e ginocchia su morbidi cuscini. Le luci vengono abbassate per agevolare il rilassamento. Si possono chiudere o lasciare aperti gli occhi, a discrezione del soggetto (io li ho chiusi). Una volta distesi, si rimane in silenzio per qualche istante, poi, inizia la musica. E a queste punto, l’esperienza non può che essere raccontata se non in modo personale.
Per 40 minuti sono stata avvolta dalle onde sonore del pianoforte. Sentivo non solo a livello uditivo, ma anche a livello fisico e vibratorio i tasti che si muovevano a seconda dell’accordo. La mia percezione sensoriale del suono andava oltre la pura dimensione acustica: è stata un’esperienza totale, poiché percepivo che determinate note toccavano la mia colonna vertebrale, altre andavano ancor più in profondità raggiungendo il plesso solare e altre ancora le ho avvertite intensamente nella zona cervicale. Man mano che la musica procedeva le sensazioni che provavo s’intensificavano sempre di più. Il respiro e il battito cardiaco era come si trovassero nella stessa condizione che precede il sonno, per cui dominava in me un totale senso di calma.
Questo tipo di massaggio, che prevede il contatto fra soggetto e strumento musicale, crea una con-vibrazione e sviluppa un dialogo sonoro tra le frequenze del corpo e quelle del piano. È particolarmente indicato per chi tende a pensare troppo, per chi impegna costantemente la mente o per chi, come si è già anticipato, presenta alcuni disturbi come mal di testa, insonnia, mal di schiena. Il “massaggio” avviene attraverso, e con i suoni, sprigionati in modo improvvisato. Non si ascoltano partiture conosciute, bensì la composizione, che varia nel ritmo, in altezza, in intensità, è assolutamente estemporanea, creata al momento e ispirata alle condizioni psico-fisiche della persona coinvolta nel massaggio.
Questa esperienza sonora agisce a livello olistico. Non solo favorisce il rilassamento muscolare, ma riduce quelle tensioni che portano alla cristallizzazione della corazza mentale e fisica, che influisce sullo stato di serenità.
Non ci sono ancora studi specifici che ne dimostrino l’efficacia, anche se, per riflesso, tutte le ricerche relative all’applicazione terapeutica delle frequenze confermano la capacità dei suoni di influenzare positivamente mente e corpo (si vedano per esempio, i lavori condotti da Chladni sulla cimatica e altri legati alla radionica).
Il massaggio sonoro al pianoforte è un approccio di musicoterapia sempre più considerato dagli addetti ai lavori, poiché si tratta di un metodo semplice ed indicato per generare uno stato di rilassamento e per riportare equilibrio interiore.
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lunedì 29 settembre 2008
Musica, corpo, mente

Mente e corpo
Non è raro pensare a se stessi divisi in parti funzionali e simboliche.
Nelle mie numerose e disordinate letture sulla psicologia e sulla medicina tradizionale ho più volte constatato la facilità con la quale si conduce un processo di pensiero analitico e riduzionistico, ben rappresentato dalla metafora del microscopio, senza che ad esso segua un processo di pensiero sintetico. Il corpo e la mente sono innanzitutto reificati come entità separate, spesso in contrapposizione e, in secondo luogo, essi stessi vengono a loro volta spezzati, scomposti, ridotti a minimi elementi separati, in alcuni casi vagamente collegati.
William Gibson in un racconto di molti anni fa, a proposito di una rosa olografica, ricorda come ogni singolo frammento dell'ologramma spezzato riproduca l’immagine intera della rosa. E conclude sottolineando che siamo tutti parte l’uno dell’altro.
Se ciò è vero a livello intersoggettivo, a maggior ragione lo è a livello individuale. È utile infatti pensare alla mente come a un soggetto separato, con sue proprie caratteristiche funzionali, ma è inutile se a ciò non segue il processo inverso, che metta in relazione la mente con ciò che le permette di esistere e vivere, ovvero il corpo. E viceversa.
L’uovo e la gallina
Mi capita sempre più spesso, in percorsi terapeutici con l’uso della musica, di ragionare con i miei pazienti a proposito delle origini di alcuni disturbi fisici, alla ricerca di una causa chiara ed evidente. Si ricercano traumi fisici pregressi, caratteristiche innate, familiarità e disturbi progressivi. Con il mio aiuto, si cerca di metterli in relazione con il modo unico e personale di pensare, di vivere le emozioni e le relazioni, di trovare una congiunzione con le proprie convinzioni sul mondo e la vita, sulle proprie strategie regolarmente agite di fronte a situazione precodificate, di sofferenza, di attacco, di difesa, di amore. Ecco che improvvisamente, come nell’osservazione attenta della rosa olografica di cui sopra, si scopre che non esiste LA causa. Ci si sorprendere nel dare sempre meno peso a una teoria che giustifichi il nostro modo di essere in funzione dei nostri disturbi psicosomatici. Si comprende in modo più profondo del semplice capire, che quella causa, quel primo immobile, non ha importanza. Quando si raggiunge questa consapevolezza intima e innegabile può avere davvero inizio il processo di cura.
Questo processo è molto facile da comprendere nella pratica, ma richiede una forte disponibilità ad aprirsi all’ascolto autentico di se stessi e alla remissione di non poche difese. Richiede la disponibilità ad abbandonare, anche per poco tempo, e via via per periodi più lunghi, la propria armatura psico-fisica, in modo da lasciar spazio all’ascolto di sensazioni più immediate e meno stratificate, che parlino non alle nostre razionalizzazioni ma a una parte più intima e sensibile del nostro essere. La musica è uno degli strumenti più efficaci che conosca per favorire tale percorso di autentica riscoperta. Proverò a spiegare come accade raccontando un esempio recentemente avvenuto in terapia. È il racconto di un’esperienza semplice, banale quanto esemplare, a mio avviso.
Seduti comodamente
Da quasi sei mesi lavoro con Laura (un nome di fantasia) a un percorso di musicoterapia che l’aiuti a ridurre diversi dolori psicosomatici che affliggono in particolare la parte destra del suo corpo, dalla testa alle gambe, e che più volte in un anno si riunificano e si sfogano in fortissime emicranie con aura. Il disturbo è tanto tremendo quanto comune, purtroppo. Le emicranie con aura generano autentico terrore in chi le vive. Terrore quando si manifestano, a causa del dolore e della sensazione di perdere completamente il controllo sul corpo e sulla mente; terrore tra un episodio e l’altro per l’ansia che torni a manifestarsi. Senza entrare troppo nel dettaglio, dirò che con Laura si arriva piuttosto velocemente alla condivisione che sarebbe utile avviare un percorso di cura con l’uso della voce, per esplorare e trasformare il suo equilibrio psico-fisico, lavorando da un lato sull’immaginazione creativa dell’improvvisazione vocale, e dall’altro sul respiro e la gestalt emotivo-funzionale della sua persona. Sul potere trasformativo della voce, sulla sua efficacia come rappresentazione simbolica della nostra vita, mi riservo di tornare in un’altra occasione. Quello su cui vorrei soffermarmi in questa riflessione è un aspetto molto più semplice, come dicevo, e riguarda la scelta della posizione più comoda per cantare da seduti.
Sembrerà assurdo, ma se a più persone si chiede di mettersi seduti a terra in una posizione comoda, ci sorprenderemo per il numero decisamente alto di posture che esse assumono e, ancor di più, saremo colpiti dalla constatazione che tali posture, in definitiva, sono tutt’altro che comode. La schiena non trova pace perchè in continua tensione, le braccia si aggrappano alle gambe per cercare una qualche forma di equilibrio, si utilizzano diversi cuscini nei modi più originali, e così via.
In base alla mia esperienza esistono solo due posizioni a terra che permettano di stare realmente comodi e rilassati. La prima, sconsigliata a chi ha problemi alle ginocchia e che in ogni caso richiede un certo esercizio per abituarsi, è quella di stare seduti con il fondo schiena sulle proprie caviglie. In pratica, si appoggiano a terra ginocchia e parte inferiore delle gambe e ci si appoggia sopra il sedere. La seconda è quella tradizionalmente nota come posizione del loto o, un po’ meno impegnativa, del mezzo loto. Personalmente quest’ultima è quella che trovo più adatta e che consiglio sempre in terapia. Affinché la posizione del loto funzioni, il sedere deve poggiare in punta a un cuscino duro e alto, e la parte inferiore delle gambe, piegate, deve poggiare saldamente a terra.
Tornando a Laura, prima di iniziare a cantare, le chiedo quindi di mettersi seduta a terra in posizione comoda. Assume la sua posizione e noto che ha lo stomaco compresso, la schiena in tensione, le braccia a fare leva con le gambe incrociate, il collo come spezzato in due. Non solo, la verticale della sua schiena non è perpendicolare a terra, ma leggermente piegata verso la sua sinistra. Le chiedo più volte se trova la posizione comoda e rilassante. Ogni volta mi risponde di si.
A quel punto, senza insistere oltre, iniziamo a cantare.
Il canto sboccia
Se abbiamo l’illusione che la mente sia al comando, il corpo ci inganna. Ci manda segnali contraddittori perchè non siamo capaci di ascoltarli. Per questa ragione Laura non capisce di trovarsi seduta in una posizione scomoda e faticosa. Per la stessa ragione, nella sua quotidianità, Laura fatica a comprendere che i dolori del suo corpo sono messaggi chiari e decisi che le chiedono un cambiamento complessivo.
Per favorire un avvicinamento a questa comprensione, chiedo a Laura di cantare con me iniziando da un unisono. Le chiedo di produrre un vocalizzo continuo della durata dell’espirazione che si ripete a ogni respiro, senza forzare, cercando di portare l’attenzione alla qualità del suono emesso. Dopo alcuni minuti, al suono di una campanella, potrà iniziare a muovere il suono, improvvisando liberamente, senza altre indicazioni se non quella di seguire il gusto per l’esplorazione e la piacevolezza dell’esperienza.
Come avrò modo di spiegare in un altra occasione in modo più approfondito, un percorso vocale come questo nasconde almeno due fasi significative al suo interno: la prima è quella dell’ascolto del respiro; la seconda è quella dell’ascolto del suono.
In un primo momento Laura canta pensando a come respira. Avverte la fatica, le tensioni addominali, il diaframma rigido, bloccato, una sensazione di leggerezza alla testa dovuta all’iperventilazione e, rivelazione, la consapevolezza di essere seduta in una posizione inadeguata. Il corpo inizia così a muoversi alla ricerca di una posizione più adatta. Questa fase, guidata principalmente dal controllo cosciente, può essere più o meno lunga e più o meno faticosa a seconda dell’esperienza della persona e del grado di tensione e di ansia che la caratterizza. In alcuni casi, l’intera esperienza vocale può cristallizzarsi qui e si rimane in questo stato fino alla conclusione del canto.
Nella maggior parte dei casi, il piacere del canto, la bellezza del suono, la capacità che ha la voce di unire corpo e mente, di guidare verso un’autentica esperienza musicale, conduce alla fase due: l’ascolto del suono.
Quando parlo di ascolto, raramente mi riferisco al solo ascolto attraverso le orecchie. Molto più spesso mi riferisco a un ascolto profondo. Quando il controllo razionale recede un poco, la ripetizione dell’atto di suonare viene assimilata e diventa più spontanea, ecco che a dominare è l’attenzione alla qualità della voce. A Laura accade proprio questo.
In particolare dopo il suono della campanella, la voce di Laura sboccia in suoni colorati e spontanei, meno sofferti, più espressivi e vivi. Il piacere dell’esperienza prende il sopravvento. Il gusto dell’esplorazione trova spazio e si concretizza. La ragione lascia parzialmente il controllo. Il corpo e la mente si armonizzano per dar vita, insieme, a un’esperienza emotivamente significativa.
Al termine dell’esperienza, è questa sensazione di piacere che rimane sulla pelle e tra gli occhi. Ed è proprio la sua consistenza che genera nel praticante la voglia di proseguire a cantare.
Sedersi nuovamente
L’esperienza del canto, con Laura, assume quindi molteplici significati, alcuni potenzialmente trasformativi, che potranno essere l’humus dal quale coltivare le successive esperienze di cura.
E la postura? E lo stare seduti comodamente?
L’incontro di musicoterapia termina senza che io ritorni sulla questione. In quel momento è più importante rimanere sull’esperienza vocale e le sue vibrazioni.
All’inizio della seduta successiva, faccio però a Laura la stessa richiesta delle precedente: siediti comodamente per terra, in modo che tu sia rilassata. Ed ecco che, sorprendentemente, Laura non vuole rimettersi nella posizione del precedente incontro. Non la trova più comoda o adeguata.
L’esperienza del canto, nell’avvicinamento non mediato di corpo e mente, ha generato un riconoscimento, un vero e proprio incontro, attraverso l'ascolto delle sensazioni del corpo, troppo spesso negato. Da qui si sviluppano due nuove consapevolezze di sé: che anche Laura, se guidata nel giusto modo, è in grado di sentirsi; che solo un ascolto intimo e profondo le permette di viversi nella fusione funzionale di corpo e mente. Quest’ultima rivelazione, che nasce da un pretesto banale come quello dello stare seduti comodamente, è la premessa essenziale per avviare un autentico percorso di cura e di trasformazione.
Non è raro pensare a se stessi divisi in parti funzionali e simboliche.
Nelle mie numerose e disordinate letture sulla psicologia e sulla medicina tradizionale ho più volte constatato la facilità con la quale si conduce un processo di pensiero analitico e riduzionistico, ben rappresentato dalla metafora del microscopio, senza che ad esso segua un processo di pensiero sintetico. Il corpo e la mente sono innanzitutto reificati come entità separate, spesso in contrapposizione e, in secondo luogo, essi stessi vengono a loro volta spezzati, scomposti, ridotti a minimi elementi separati, in alcuni casi vagamente collegati.
William Gibson in un racconto di molti anni fa, a proposito di una rosa olografica, ricorda come ogni singolo frammento dell'ologramma spezzato riproduca l’immagine intera della rosa. E conclude sottolineando che siamo tutti parte l’uno dell’altro.
Se ciò è vero a livello intersoggettivo, a maggior ragione lo è a livello individuale. È utile infatti pensare alla mente come a un soggetto separato, con sue proprie caratteristiche funzionali, ma è inutile se a ciò non segue il processo inverso, che metta in relazione la mente con ciò che le permette di esistere e vivere, ovvero il corpo. E viceversa.
L’uovo e la gallina
Mi capita sempre più spesso, in percorsi terapeutici con l’uso della musica, di ragionare con i miei pazienti a proposito delle origini di alcuni disturbi fisici, alla ricerca di una causa chiara ed evidente. Si ricercano traumi fisici pregressi, caratteristiche innate, familiarità e disturbi progressivi. Con il mio aiuto, si cerca di metterli in relazione con il modo unico e personale di pensare, di vivere le emozioni e le relazioni, di trovare una congiunzione con le proprie convinzioni sul mondo e la vita, sulle proprie strategie regolarmente agite di fronte a situazione precodificate, di sofferenza, di attacco, di difesa, di amore. Ecco che improvvisamente, come nell’osservazione attenta della rosa olografica di cui sopra, si scopre che non esiste LA causa. Ci si sorprendere nel dare sempre meno peso a una teoria che giustifichi il nostro modo di essere in funzione dei nostri disturbi psicosomatici. Si comprende in modo più profondo del semplice capire, che quella causa, quel primo immobile, non ha importanza. Quando si raggiunge questa consapevolezza intima e innegabile può avere davvero inizio il processo di cura.
Questo processo è molto facile da comprendere nella pratica, ma richiede una forte disponibilità ad aprirsi all’ascolto autentico di se stessi e alla remissione di non poche difese. Richiede la disponibilità ad abbandonare, anche per poco tempo, e via via per periodi più lunghi, la propria armatura psico-fisica, in modo da lasciar spazio all’ascolto di sensazioni più immediate e meno stratificate, che parlino non alle nostre razionalizzazioni ma a una parte più intima e sensibile del nostro essere. La musica è uno degli strumenti più efficaci che conosca per favorire tale percorso di autentica riscoperta. Proverò a spiegare come accade raccontando un esempio recentemente avvenuto in terapia. È il racconto di un’esperienza semplice, banale quanto esemplare, a mio avviso.
Seduti comodamente
Da quasi sei mesi lavoro con Laura (un nome di fantasia) a un percorso di musicoterapia che l’aiuti a ridurre diversi dolori psicosomatici che affliggono in particolare la parte destra del suo corpo, dalla testa alle gambe, e che più volte in un anno si riunificano e si sfogano in fortissime emicranie con aura. Il disturbo è tanto tremendo quanto comune, purtroppo. Le emicranie con aura generano autentico terrore in chi le vive. Terrore quando si manifestano, a causa del dolore e della sensazione di perdere completamente il controllo sul corpo e sulla mente; terrore tra un episodio e l’altro per l’ansia che torni a manifestarsi. Senza entrare troppo nel dettaglio, dirò che con Laura si arriva piuttosto velocemente alla condivisione che sarebbe utile avviare un percorso di cura con l’uso della voce, per esplorare e trasformare il suo equilibrio psico-fisico, lavorando da un lato sull’immaginazione creativa dell’improvvisazione vocale, e dall’altro sul respiro e la gestalt emotivo-funzionale della sua persona. Sul potere trasformativo della voce, sulla sua efficacia come rappresentazione simbolica della nostra vita, mi riservo di tornare in un’altra occasione. Quello su cui vorrei soffermarmi in questa riflessione è un aspetto molto più semplice, come dicevo, e riguarda la scelta della posizione più comoda per cantare da seduti.
Sembrerà assurdo, ma se a più persone si chiede di mettersi seduti a terra in una posizione comoda, ci sorprenderemo per il numero decisamente alto di posture che esse assumono e, ancor di più, saremo colpiti dalla constatazione che tali posture, in definitiva, sono tutt’altro che comode. La schiena non trova pace perchè in continua tensione, le braccia si aggrappano alle gambe per cercare una qualche forma di equilibrio, si utilizzano diversi cuscini nei modi più originali, e così via.
In base alla mia esperienza esistono solo due posizioni a terra che permettano di stare realmente comodi e rilassati. La prima, sconsigliata a chi ha problemi alle ginocchia e che in ogni caso richiede un certo esercizio per abituarsi, è quella di stare seduti con il fondo schiena sulle proprie caviglie. In pratica, si appoggiano a terra ginocchia e parte inferiore delle gambe e ci si appoggia sopra il sedere. La seconda è quella tradizionalmente nota come posizione del loto o, un po’ meno impegnativa, del mezzo loto. Personalmente quest’ultima è quella che trovo più adatta e che consiglio sempre in terapia. Affinché la posizione del loto funzioni, il sedere deve poggiare in punta a un cuscino duro e alto, e la parte inferiore delle gambe, piegate, deve poggiare saldamente a terra.
Tornando a Laura, prima di iniziare a cantare, le chiedo quindi di mettersi seduta a terra in posizione comoda. Assume la sua posizione e noto che ha lo stomaco compresso, la schiena in tensione, le braccia a fare leva con le gambe incrociate, il collo come spezzato in due. Non solo, la verticale della sua schiena non è perpendicolare a terra, ma leggermente piegata verso la sua sinistra. Le chiedo più volte se trova la posizione comoda e rilassante. Ogni volta mi risponde di si.
A quel punto, senza insistere oltre, iniziamo a cantare.
Il canto sboccia
Se abbiamo l’illusione che la mente sia al comando, il corpo ci inganna. Ci manda segnali contraddittori perchè non siamo capaci di ascoltarli. Per questa ragione Laura non capisce di trovarsi seduta in una posizione scomoda e faticosa. Per la stessa ragione, nella sua quotidianità, Laura fatica a comprendere che i dolori del suo corpo sono messaggi chiari e decisi che le chiedono un cambiamento complessivo.
Per favorire un avvicinamento a questa comprensione, chiedo a Laura di cantare con me iniziando da un unisono. Le chiedo di produrre un vocalizzo continuo della durata dell’espirazione che si ripete a ogni respiro, senza forzare, cercando di portare l’attenzione alla qualità del suono emesso. Dopo alcuni minuti, al suono di una campanella, potrà iniziare a muovere il suono, improvvisando liberamente, senza altre indicazioni se non quella di seguire il gusto per l’esplorazione e la piacevolezza dell’esperienza.
Come avrò modo di spiegare in un altra occasione in modo più approfondito, un percorso vocale come questo nasconde almeno due fasi significative al suo interno: la prima è quella dell’ascolto del respiro; la seconda è quella dell’ascolto del suono.
In un primo momento Laura canta pensando a come respira. Avverte la fatica, le tensioni addominali, il diaframma rigido, bloccato, una sensazione di leggerezza alla testa dovuta all’iperventilazione e, rivelazione, la consapevolezza di essere seduta in una posizione inadeguata. Il corpo inizia così a muoversi alla ricerca di una posizione più adatta. Questa fase, guidata principalmente dal controllo cosciente, può essere più o meno lunga e più o meno faticosa a seconda dell’esperienza della persona e del grado di tensione e di ansia che la caratterizza. In alcuni casi, l’intera esperienza vocale può cristallizzarsi qui e si rimane in questo stato fino alla conclusione del canto.
Nella maggior parte dei casi, il piacere del canto, la bellezza del suono, la capacità che ha la voce di unire corpo e mente, di guidare verso un’autentica esperienza musicale, conduce alla fase due: l’ascolto del suono.
Quando parlo di ascolto, raramente mi riferisco al solo ascolto attraverso le orecchie. Molto più spesso mi riferisco a un ascolto profondo. Quando il controllo razionale recede un poco, la ripetizione dell’atto di suonare viene assimilata e diventa più spontanea, ecco che a dominare è l’attenzione alla qualità della voce. A Laura accade proprio questo.
In particolare dopo il suono della campanella, la voce di Laura sboccia in suoni colorati e spontanei, meno sofferti, più espressivi e vivi. Il piacere dell’esperienza prende il sopravvento. Il gusto dell’esplorazione trova spazio e si concretizza. La ragione lascia parzialmente il controllo. Il corpo e la mente si armonizzano per dar vita, insieme, a un’esperienza emotivamente significativa.
Al termine dell’esperienza, è questa sensazione di piacere che rimane sulla pelle e tra gli occhi. Ed è proprio la sua consistenza che genera nel praticante la voglia di proseguire a cantare.
Sedersi nuovamente
L’esperienza del canto, con Laura, assume quindi molteplici significati, alcuni potenzialmente trasformativi, che potranno essere l’humus dal quale coltivare le successive esperienze di cura.
E la postura? E lo stare seduti comodamente?
L’incontro di musicoterapia termina senza che io ritorni sulla questione. In quel momento è più importante rimanere sull’esperienza vocale e le sue vibrazioni.
All’inizio della seduta successiva, faccio però a Laura la stessa richiesta delle precedente: siediti comodamente per terra, in modo che tu sia rilassata. Ed ecco che, sorprendentemente, Laura non vuole rimettersi nella posizione del precedente incontro. Non la trova più comoda o adeguata.
L’esperienza del canto, nell’avvicinamento non mediato di corpo e mente, ha generato un riconoscimento, un vero e proprio incontro, attraverso l'ascolto delle sensazioni del corpo, troppo spesso negato. Da qui si sviluppano due nuove consapevolezze di sé: che anche Laura, se guidata nel giusto modo, è in grado di sentirsi; che solo un ascolto intimo e profondo le permette di viversi nella fusione funzionale di corpo e mente. Quest’ultima rivelazione, che nasce da un pretesto banale come quello dello stare seduti comodamente, è la premessa essenziale per avviare un autentico percorso di cura e di trasformazione.
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martedì 23 settembre 2008
Nuovo Spazio a Nova Milanese
Dal mese di ottobre avrò a disposizione un nuovo spazio per realizzare attività individuali di Musicoterapia e di Massaggio Sonoro al Pianoforte. La nuova Stanza dei Suoni, che sarà in realtà una stanza polivalente per diverse attività (arteterapia, shiatsu, ecc.), ha a disposizione uno splendido pianoforte a mezzacoda e si trova presso la sede della Cooperativa Il Canale a Nova Milanese in via Scuratti, 7.
Nova Milanese è in zona nord di Milano ed è facilmente raggiungibile.
Come sempre ricevo su appuntamento. Chiunque fosse interessato può telefonarmi o mandarmi una e-mail.
Nova Milanese è in zona nord di Milano ed è facilmente raggiungibile.
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Attività 2008/2009 - Arci Lecco

Da questo mese prende inizio la mia collaborazione con l'Arci Provinciale di Lecco.
Domenica 21 settembre c'è stata la presentazione delle attività che, come potete vedere dalla locandina completa scaricabile in home, sono numerose, interessanti e con una particolare attenzione al benessere psicofisico della persona.
Le mie proposte sono tre:
- Un laboratorio di Improvvisazione Musicale di 12 incontri per ragazzi che hanno voglia di avvicinarsi per la prima volta alla musica o suonano già uno strumento e vogliono sperimentare un approccio alla musica creativo e di gruppo. Il numero minimo di iscritti è di 6 persone. Il costo è di 130 euro per tutto il laboratorio. Dovrebbe avere inizio entro metà ottobre e gli incontri si terranno tutti i venerdì dalle ore 15 alle ore 17.
- Un ciclo di 4 incontri di introduzione alla Musicoterapia nei quali parlerò di Paesaggio Sonoro, Voce, Improvvisazione e Dialogo Sonoro, Massaggio Sonoro al Pianoforte. Le date sono ancora da definire. Ogni incontro avrà una durata di 1 ora e mezza e si terrà nei fine settimana.
- Incontri individuali di musicoterapia nello Spazio Benessere, su prenotazione, tutti i venerdì mattina (9-13): musica per il rilassamento e il benessere psicofisico, per la riduzione dei sintomi psicosomatici, per lo sviluppo di una profonda consapevolezza individuale del suono, del respiro e della voce. Il costo di ogni seduta è di 35 euro.
Per iscrizioni, prenotazioni e informazioni telefonare al numero 0341/365580 oppure scrivere all'indirizzo e-mail corsi@arci.it.
La sede dell'Arci di Lecco è in via Cesare Cantù 18, Lecco.
Le mie proposte sono tre:
- Un laboratorio di Improvvisazione Musicale di 12 incontri per ragazzi che hanno voglia di avvicinarsi per la prima volta alla musica o suonano già uno strumento e vogliono sperimentare un approccio alla musica creativo e di gruppo. Il numero minimo di iscritti è di 6 persone. Il costo è di 130 euro per tutto il laboratorio. Dovrebbe avere inizio entro metà ottobre e gli incontri si terranno tutti i venerdì dalle ore 15 alle ore 17.
- Un ciclo di 4 incontri di introduzione alla Musicoterapia nei quali parlerò di Paesaggio Sonoro, Voce, Improvvisazione e Dialogo Sonoro, Massaggio Sonoro al Pianoforte. Le date sono ancora da definire. Ogni incontro avrà una durata di 1 ora e mezza e si terrà nei fine settimana.
- Incontri individuali di musicoterapia nello Spazio Benessere, su prenotazione, tutti i venerdì mattina (9-13): musica per il rilassamento e il benessere psicofisico, per la riduzione dei sintomi psicosomatici, per lo sviluppo di una profonda consapevolezza individuale del suono, del respiro e della voce. Il costo di ogni seduta è di 35 euro.
Per iscrizioni, prenotazioni e informazioni telefonare al numero 0341/365580 oppure scrivere all'indirizzo e-mail corsi@arci.it.
La sede dell'Arci di Lecco è in via Cesare Cantù 18, Lecco.
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Massaggio sonoro al pianoforte
Cos’è il massaggio sonoro al pianoforte:
2. Riequilibrio delle qualità energetiche della persona
Gran parte delle tensioni che possono generare patologie fisiche è di origine psicosomatica. Lo stress, l’ansia e la paura si manifestano nel corpo attraverso tensioni muscolari, cisti, ernie, posture errate, apnee respiratorie, ecc. A queste tensioni sono normalmente associati sovraccarichi energetici. Il massaggio sonoro, attraverso il meccanismo di con-vibrazione sopra descritto, permette una naturale ri-distribuzione dell’energia in tutto l’organismo, riducendo efficacemente le localizzazioni psicosomatiche.
3. Rilassamento psichico
Come è stato dimostrato da diversi studi scientifici, la percezione e la produzione musicale interessano soprattutto l’emisfero destro del cervello, ovvero la parte meno razionale e più legata a un contenuto emotivo, istintuale e paralinguistico. L’ “immersione corporea” del massaggio sonoro produce quindi una stimolazione della parte meno razionale, riducendo la tensione psichica prodotta dal continuo lavorio mentale. Ciò facilita la distensione emotiva e amplifica le capacità sensoriali di tutto il corpo.
4. Improvvisazione musicale
Per ottenere un massaggio sonoro efficace il musicoterapeuta esegue un’improvvisazione adeguata alle caratteristiche individuali della persona. Ogni improvvisazione è quindi calibrata in base a: tono muscolare ed emotivo, ritmo respiratorio e cardiaco, eventuali dolori o tensioni localizzate, gusti ed educazione musicale individuale.
Durata della singola seduta
Ogni seduta di Massaggio Sonoro ha una durata complessiva di un'ora. L'improvvisazione si sviluppa in un arco temporale variabile a seconda di ogni persona, mediamente intorno ai 40, 45 minuti.
Frequenza
La frequenza delle sedute varia in funzione delle necessità e delle problematiche individuali. È possibile che, in fase iniziale, sia utile effettuare un ciclo di sedute bisettimanali, per poi ridursi nel tempo. È tuttavia possibile anche effettuare singole sedute in occasione di periodi
particolarmente stressanti al solo scopo di prendere una pausa energetica e rigenerante. Oppure intervenire in modo puntuale e localizzato in relazione a dolori specifici (infiammazioni lombari,
emicranie acute, ecc.)
Il Massaggio Sonoro viene realizzato stando distesi, in ascolto, sulla cassa armonica di un pianoforte a mezza coda. Non viene utilizzata alcuna tecnica tradizionale di massaggio e non c’è alcuna forma di contatto corporeo. Sono i suoni del pianoforte, ricchi di armoniche, a massaggiare direttamente il corpo.
Il percorso sonoro è ogni volta diverso in quanto basato sull’improvvisazione. I brani musicali sono quindi creati al momento (eventualmente accompagnati dalla voce o da altri strumenti di tipo etnico come il bastone della pioggia) e possiedono caratteristiche ritmiche, armoniche e melodiche adeguate alla persona. Si sperimenta una vera e propria immersione nelle vibrazioni sonore, e si avverte in poco tempo una sensazione di profondo rilassamento, di distensione e di allungamento muscolare.
L’improvvisazione ricalca e parte da caratteristiche specifiche della persona quali: tono emotivo e fisico, tensioni muscolari e viscerali, ritmo del battito cardiaco e respiratorio. Il percorso improvvisativo si sviluppa in modo da modificare lo stato iniziale della persona, favorendo innanzitutto il rilassamento muscolare e viscerale e la riduzione delle tensioni dovute alla propria “armatura” psico-fisica e al continuo lavorio mentale.
Dolorosi compagni di viaggio:
Mal di testa, mal di schiena, tensioni cervicali, sintomi da stress, ipertensione, tachicardia, cali improvvisi di pressione, insonnia, difficoltà nel rilassamento del tono muscolare, affaticamento… sono sintomi comuni a molte persone. Dovuti a ritmi di vita eccessivi, alla pressione delle responsabilità quotidiane (lavorative e familiari), all’impossibilità di trovare uno spazio proprio di ascolto e di rilassamento, essi vengono per lo più curati con medicine specifiche usate spesso in modo frequente e prolungato. Tendono a cronicizzarsi e diventano dei compagni di viaggio faticosi e invadenti.
Attraverso il Massaggio Sonoro al pianoforte, che sfrutta l’efficacia naturale del suono, è possibile agire in modo mirato ed efficace per ridurre e far sparire i sintomi.
Il Massaggio Sonoro può essere associato a un percorso musicoterapeutico strutturato, un percorso di cambiamento personale realizzato attraverso l'espressività, la creatività e la consapevolezza individuale.
Come agisce il massaggio sonoro:
1. Distensione corporea, muscolare e viscerale
Il percorso sonoro è ogni volta diverso in quanto basato sull’improvvisazione. I brani musicali sono quindi creati al momento (eventualmente accompagnati dalla voce o da altri strumenti di tipo etnico come il bastone della pioggia) e possiedono caratteristiche ritmiche, armoniche e melodiche adeguate alla persona. Si sperimenta una vera e propria immersione nelle vibrazioni sonore, e si avverte in poco tempo una sensazione di profondo rilassamento, di distensione e di allungamento muscolare.
L’improvvisazione ricalca e parte da caratteristiche specifiche della persona quali: tono emotivo e fisico, tensioni muscolari e viscerali, ritmo del battito cardiaco e respiratorio. Il percorso improvvisativo si sviluppa in modo da modificare lo stato iniziale della persona, favorendo innanzitutto il rilassamento muscolare e viscerale e la riduzione delle tensioni dovute alla propria “armatura” psico-fisica e al continuo lavorio mentale.
Dolorosi compagni di viaggio:
Mal di testa, mal di schiena, tensioni cervicali, sintomi da stress, ipertensione, tachicardia, cali improvvisi di pressione, insonnia, difficoltà nel rilassamento del tono muscolare, affaticamento… sono sintomi comuni a molte persone. Dovuti a ritmi di vita eccessivi, alla pressione delle responsabilità quotidiane (lavorative e familiari), all’impossibilità di trovare uno spazio proprio di ascolto e di rilassamento, essi vengono per lo più curati con medicine specifiche usate spesso in modo frequente e prolungato. Tendono a cronicizzarsi e diventano dei compagni di viaggio faticosi e invadenti.
Attraverso il Massaggio Sonoro al pianoforte, che sfrutta l’efficacia naturale del suono, è possibile agire in modo mirato ed efficace per ridurre e far sparire i sintomi.
Il Massaggio Sonoro può essere associato a un percorso musicoterapeutico strutturato, un percorso di cambiamento personale realizzato attraverso l'espressività, la creatività e la consapevolezza individuale.
Come agisce il massaggio sonoro:
1. Distensione corporea, muscolare e viscerale
Il suono è una forma di energia di tipo ondulatorio che si trasmette nello spazio. Ogni suono è caratterizzato da una composizione di armoniche e da una specifica lunghezza d’onda. Il corpo appoggiato direttamente alla cassa armonica del pianoforte entra in contatto con le vibrazioni prodotte dal pianoforte ed amplificate dal legno della cassa armonica. Attraverso un processo detto “per simpatia”, le parti del corpo (ossa, muscoli, viscere) della stessa lunghezza d’onda del suono prodotto, iniziano a convibrare. La vibrazione corporea è fisicamente percepibile come un leggero solletico. Secondo gli studi avviati negli anni ’50 dalla cantante M. L. Aucher nell’ambito della cosiddetta psicofonia, ogni suono prodotto (con la voce o con uno strumento) è in grado di colpire una vertebra e i gangli paravertebrali che le stanno ai lati, da cui si dipartono i nervi diretti ad uno o più organi interni. Perciò a seconda della gravità e dell’acutezza dei suoni prodotti, nel corpo vibra una specifica parte: le note contenute nell’ottava del pianoforte che va da do 2 a do 3 stimolano gli arti inferiori a partire dal tallone, quelle da do 3 a do 4 investono la zona del bacino sino al diaframma, da do 4 a do 5 interessano il torace, da do 5 a do 6 fanno risuonare la zona cervicale e cranica. Durante una seduta completa, il corpo è quindi letteralmente immerso nel suono ed è parte di esso. L’effetto immediatamente percepibile a livello fisico,è un rilassamento benefico di tutto il corpo, dalla testa (convibrazione delle ossa della scatola cranica e del tessuto cerebrale) ai piedi.
2. Riequilibrio delle qualità energetiche della persona
Gran parte delle tensioni che possono generare patologie fisiche è di origine psicosomatica. Lo stress, l’ansia e la paura si manifestano nel corpo attraverso tensioni muscolari, cisti, ernie, posture errate, apnee respiratorie, ecc. A queste tensioni sono normalmente associati sovraccarichi energetici. Il massaggio sonoro, attraverso il meccanismo di con-vibrazione sopra descritto, permette una naturale ri-distribuzione dell’energia in tutto l’organismo, riducendo efficacemente le localizzazioni psicosomatiche.
3. Rilassamento psichico
Come è stato dimostrato da diversi studi scientifici, la percezione e la produzione musicale interessano soprattutto l’emisfero destro del cervello, ovvero la parte meno razionale e più legata a un contenuto emotivo, istintuale e paralinguistico. L’ “immersione corporea” del massaggio sonoro produce quindi una stimolazione della parte meno razionale, riducendo la tensione psichica prodotta dal continuo lavorio mentale. Ciò facilita la distensione emotiva e amplifica le capacità sensoriali di tutto il corpo.
4. Improvvisazione musicale
Per ottenere un massaggio sonoro efficace il musicoterapeuta esegue un’improvvisazione adeguata alle caratteristiche individuali della persona. Ogni improvvisazione è quindi calibrata in base a: tono muscolare ed emotivo, ritmo respiratorio e cardiaco, eventuali dolori o tensioni localizzate, gusti ed educazione musicale individuale.
Durata della singola seduta
Ogni seduta di Massaggio Sonoro ha una durata complessiva di un'ora. L'improvvisazione si sviluppa in un arco temporale variabile a seconda di ogni persona, mediamente intorno ai 40, 45 minuti.
Frequenza
La frequenza delle sedute varia in funzione delle necessità e delle problematiche individuali. È possibile che, in fase iniziale, sia utile effettuare un ciclo di sedute bisettimanali, per poi ridursi nel tempo. È tuttavia possibile anche effettuare singole sedute in occasione di periodi
particolarmente stressanti al solo scopo di prendere una pausa energetica e rigenerante. Oppure intervenire in modo puntuale e localizzato in relazione a dolori specifici (infiammazioni lombari,
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